di Luca Santoro
LONDRA, 1651 – A metà del Seicento, in un periodo di turbolenze politiche e guerre civili, il filosofo inglese Thomas Hobbes pubblicò la sua opera più celebre, “Leviatano, o la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile”, un trattato che rivoluzionò il pensiero politico e divenne la base teorica dell’assolutismo.
L’immagine potente e inquietante che accompagna l’opera, raffigurante il Leviatano, è la sintesi visiva della dottrina di Hobbes.
Il titolo e la figura centrale sono ispirati al mostro marino biblico, descritto nel Libro di Giobbe (Gb 41,7-9): «Il suo dorso è formato da file di squame, saldate con tenace suggello: l’una è così unita con l’altra che l’aria fra di esse non passa; ciascuna aderisce a quella vicina, sono compatte e non possono staccarsi». Hobbes utilizza questo simbolo per rappresentare lo Stato (Commonwealth), un «Dio mortale» dotato di un potere così assoluto da garantire la pace e l’ordine sociale, impedendo il ritorno al caotico e violento «stato di natura».
L’incisione (spesso attribuita ad Abraham Bosse) mostra un gigantesco essere umano, il Sovrano, il cui corpo è composto da una miriade di piccoli individui. Questi uomini, che guardano verso il volto del Sovrano, simboleggiano i cittadini che, attraverso il patto sociale, hanno volontariamente ceduto i propri diritti individuali a un’unica autorità.
In Hobbes, l’unione dei singoli in un’unica entità è l’unica via d’uscita dal temuto «stato di guerra di tutti contro tutti» (bellum omnium contra omnes).
Il Leviatano non è una figura tirannica imposta con la forza, ma il risultato di un accordo razionale tra gli uomini, che preferiscono rinunciare alla loro libertà illimitata pur di ottenere l’unico bene supremo: la pace e la sicurezza della vita.
Nelle mani del Sovrano si trovano le insegne di un potere inequivocabilmente assoluto e indivisibile: la spada, simbolo del potere temporale e il pastorale, simbolo solo del potere spirituale.
Sotto la figura del gigante, la società civile, con castelli e chiese, appare ordinata e pacifica, in netto contrasto con il disordine e la paura dello stato di natura che giace sotto i suoi piedi.
Il “Leviatano” rimane, a secoli di distanza, un testo fondamentale per comprendere i meccanismi dell’autorità e della sovranità. La sua tesi centrale – che un potere forte, illimitato e unitario sia l’unico garante dell’ordine e della sopravvivenza della società – continua a stimolare il dibattito su libertà, sicurezza e forma dello Stato.
