di Francesca Giannelli
Nel tempo moderno della cultura “dello scarto“ dobbiamo ricordare i più fragili il cui abbraccio del Padre Iddio nei Cieli mai sarà rifiutato e negato , questo l’incipit della celebrazione eucaristica di sabato 28 febbraio presieduta dal Monsignor Eccellenza Arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta. Una serata speciale nel Duomo perché oltre ai parrocchiani e ai fedeli di sempre , la Comunità di Sant’Egidio ha invitato ospitato ed abbracciato tanti amici fragili, anziani, soli, immigrati, senza fissa dimora e senza casa, per celebrare Modesta Valenti una donna fragile scomparsa tra dolori e indifferenza. Una storia triste quella di Modesta (Capodistria, 1912 – Roma, 31 gennaio 1983) che è stata una senzatetto italiana. Morì nell’indigenza e nel freddo della stazione di Roma Termini, suscitando molta indignazione per lo stato di povertà e abbandono, fino a diventare un simbolo di “martire dell’indifferenza” e di “santa laica” a cui si rivolgono i circa settemila senzatetto della capitale italiana.
Segnata dal ricovero in un ospedale psichiatrico, dove fu sottoposta a trattamenti sanitari, non è noto il motivo per cui si trovasse a Roma, tranne che per il desiderio di incontrare papa Giovanni Paolo II. Alla fine del 1982 venne incontrata dai volontari della “Comunità di Sant’Egidio“ presso la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Prima di morire, Modesta Valenti visse nella zona della stazione di Roma Termini: dopo una notte particolarmente fredda, la mattina del 31 gennaio 1983 alcuni passanti si accorsero delle gravi condizioni di salute della settantenne ed allertarono i soccorsi. Tuttavia, in base a quanto venne riferito i sanitari giunti sul posto non riuscirono a soccorrere la donna troppo sporca, piena di pidocchi e maleodorante. Dopo quattro ore di agonia, Modesta Valenti morì nell’indifferenza di tanti. La Procura della Repubblica di Roma dispose il sequestro della salma e aprì un’inchiesta. Solo 11 mesi dopo il decesso venne concesso il nullaosta per i funerali, che vennero celebrati dalla Comunità di Sant’Egidio presso la Basilica di Santa Maria in Trastevere il giorno 28 dicembre 1983, in cui cade la festività dei Santi Innocenti. Gli amici della Comunità di Sant’Egidio di Lecce hanno riempito le navate del maestoso Duomo, cantato e pregato assieme. I volontari hanno avuto un dialogo aperto con il Monsignor Panzetta che ha definito la Curia e il Duomo casa per loro e per tutti i più fragili, sensibili, i dimenticati da tutti, gli ultimi che sono i primi nel cuore di Gesù Cristo e del Dio Padre. Nella Bibbia e nel Vangelo tanti i malati, i lebbrosi, i più deboli e poveri che sono stati sollevati da Dio, da Gesù Cristo. Tanti fiori, gerbere dai toni delicati bianchi, rosa, gialli, sono stati donati sui gradini del Duomo di Lecce, insieme ad affetto, sorrisi puri, occhi gioiosi e mani generose a tutti i partecipanti insieme ad immaginette di Gesù Cristo tra i malati e i più poveri. Dopo la messa, una grande allegria ha riempito le sale attorno al teatro interno del Duomo e della sede clericale. Immense tavole imbandite all’uopo organizzate per accogliere centinaia tra volontari, amici, ospiti fragili provenienti dalle case e dai luoghi più disparati, anziani e giovani senza punti di riferimento, per una grande cena che ha visto trasformare tante solitudini in abbracci, tanto dolore in consolazione. Una gran bella cena con diverse portate da antipasti a dolci di ogni tipo che ha illuminato gli occhi di decine e decine di ospiti amici. Un giovane africano senza casa ha mandato un messaggio alla sua famiglia durante la cena: “oggi sono tanto felice!“. Queste semplici ma profonde parole hanno riempito di gratificazione e gratitudine i volontari commossi e felici che trovano nella generosità la propria essenza e il proprio fine nella vita. Iniziative come queste fanno sentire il cuore più leggero e ci raccontano che oltre alle brutture della vita in un mondo di guerre, egoismi, solitudini ed orrori esiste la luce: esistono generazioni di giovani e persone impegnate che conoscono il valore dell’umanità e sanno che al di là della religione e del credo di partenza, si aspira ad una vita di santità ed eterna che ci dipinge un luogo senza tempo in cui anche le lacrime possono magicamente trasformarsi in sorrisi ed abbracci e anche per poco si può dimenticare la fatica di vivere.
