Il Giornale del Salento

Il venerdì santo tra silenzio e speranza nell’ottavo centenario di San Francesco

 

di Luca Santoro  

 MELENDUGNO – Il 2026 segna un momento di profonda riflessione spirituale: è l’anno  che segue la chiusura del Grande Giubileo del 2025. Per la Via Crucis del 2026, il tema centrale  scelto dal Santo Padre è «Ascoltare e digiunare: la Quaresima come tempo di conversione».   In un’epoca ancora ferita da conflitti globali, la Croce non viene celebrata solo come  simbolo di sacrificio ma come vertice di quell’ascolto estremo che Papa Leone XIV ha posto al  centro del suo messaggio per la Quaresima 2026. «Ascoltare», quindi, non è un atto passivo ma il  primo passo per amare. Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente mette in luce che l’ascolto  è un tratto distintivo del suo essere: «Il Signore disse:“Ho osservato la miseria del mio popolo in  Egitto e ho udito il suo grido a causa dei sovrintendenti: conosco le sue sofferenze”» (Es 3,7).  

«L’ascolto è il “biglietto da visita” delle relazioni» ci dice Don Salvatore Scardino,  parroco di Melendugno. «Se vuoi bene a qualcuno o vuoi entrare in contatto con lui, la prima cosa  che fai è stare a sentire. Senza ascolto, non c’è legame. L’esempio di Mosè e del roveto ardente  serve a dirci che Dio è un “ascoltatore attivo”». Ha sentito il dolore del suo popolo schiavizzato e  ha deciso di fare qualcosa. Non è un Dio distante, ma uno che si lascia toccare dal dolore umano.  

 Le 14 stazioni diventano tappe per educare l’orecchio del cuore. In un mondo saturo di  rumore e algoritmi, seguire Cristo che tace davanti a Pilato o che sussurra alle donne di  Gerusalemme ci insegna a riconoscere la voce dei sofferenti: «Ma Gesù, voltandosi verso di loro,  disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli.  Ecco, verranno i giorni nei quali si dirà: ‘Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni  che non hanno allattato’”» (Lc 23,28-29). Qui l’ascolto si fa discernimento. Gesù educa le donne a  non fermarsi all’alimento superficiale o allo spettacolo del dolore ma ad ascoltare la realtà profonda  della storia e delle sue conseguenze. È l’invito a sentire il pianto del mondo sotto la superficie della  cronaca.  

 La Via Crucis del 2026, infine, ci ricorda che il cammino del dolore non è fine a se stesso.  Attraverso il “digiuno” dal superfluo e l’ “ascolto” dell’essenziale, il credente è chiamato a diventare  un “artigiano di sinodalità”, portando la luce della Risurrezione nelle pieghe oscure della  quotidianità. 

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