Quante volte, quando ci è stato chiesto in quale quartiere abitiamo, abbiamo risposto dando come riferimento l’attività commerciale più accorsata o il bar maggiormente frequentato?
Un tempo in città, pur essendoci le targhe che segnalavano il nome delle strade, delle corti o delle piazzette, nel linguaggio popolare siffatte denominazioni non ebbero successo. I leccesi, tenacemente dialettofoni, continuarono a chiamare le vie, sthrate, come avevano fatto i padri dei padri dei padri: alla sthrata te Santa Cruce, alla sthrata te Santu Lazzaru, te Campie, te Maglie, te San Catautu, alla strada (della chiesa) di Santa Croce, alla strada (del rione) di San Lazzaro, di Campi Salentina, di Maglie, (della marina) di San Cataldo. Oppure, per localizzare un edificio, un’abitazione, un negozio o una bottega artigianale, i leccesi usavano dire: alla sthrata te la Mmela, alla strada di (dove abita) Carmela; la sthrata a du ncete l’Anagrafe, la strada dove si trova l’ufficio dell’Anagrafe.
Che i leccesi del passato non assegnassero una denominazione alle vie cittadine, dipendeva dal fatto che non ne sentivano la necessità; molti erano analfabeti e quei nomi riportati sulle targhe, non sapendoli leggere, rimanevano completamente sconosciuti. Rimaneva più impressa l’indicazione appena scritta. Anche perché la città era racchiusa entro una superficie circoscritta dalle antiche mura ed era divisa in portaggi (quartieri) e in isole, costituite da un edificio o un insieme di essi, non sempre o non necessariamente circondati da vie laterali come il nome fa pensare.
Ognuno dei quattro portaggi con le rispettive Porte (S. Giusto, Rugge, S. Biagio, S. Martino) aveva una colonna, punto di coagulo in occasione di festività e luogo di adunanze cittadine all’insegna del gonfalone (ogni portaggio ne aveva uno).
Oggi, le indicazioni per segnalare un quartiere sono naturalmente cambiate perché sono venuti meno quegli elementi considerati in passato un riferimento di identificazione. In alcuni casi può essere un albero particolarmente svettante o una varietà botanica insolita, oppure un edificio dall’architettura insolita o un negozio molto rinomato e via elencando.
Comunque sia, oggi il quartiere si percorre frettolosamente e, molto spesso, non ci accorgiamo, per esempio, di tanti segni che ricoprono i muri delle abitazioni esistenti. Ovvero siamo talmente distratti o presi da mille pensieri che attraversiamo il quartiere senza soffermarci a guardarlo in alcuni suoi dettagli.
Per adottare un cambio di rotta in tal senso,
Chi partecipa è invitato ad usare gli occhi e i sensi per raccogliere da muri e strade che si percorreranno, appunti, spunti e segni da fare confluire in una “mappa della meraviglia”, con l’intento di attraversare e guardare gli spazi comuni come luoghi plasmabili e generativi di possibilità.
È un modo diverso di sentirsi coinvolti a vivere il quartiere, a dedicargli uno sguardo più interessato e meno sfuggevole, a manifestare una sorta di solidarietà e di apprezzamento e, perché no, un senso di rispetto così da assumere atteggiamenti che non lo offendono o lo deturpano.
La passeggiata rientra nel progetto “San Pio Social Street” di Fucina Salentina APS, Vincitore del Premio Buoncampo.