In occasione della presentazione della sua ultima opera, “Arabeschi”, tenutasi presso l’ex convento degli Agostiniani nella Biblioteca Ognibene di Lecce, e accompagnata dalla moderazione acuta e innovativa di Gianluca Palma, abbiamo incontrato la scrittrice Raffaella Scorrano: filosofa, critica letteraria e libera pensatrice indipendente.
Come e quando nasce il tuo amore per la scrittura?
Il mio amore per la scrittura è sempre stato connaturato alla mia propensione all’osservazione e all’ascolto. Ho sempre ritenuto che alcune riflessioni meritassero di essere impresse sul foglio per non perdersi nei meandri dell’oblio del tempo.
Quando hai pensato di rendere la filosofia la base del tuo essere, del tuo vivere e del tuo creare?
La filosofia per me è stata un’autentica fulminazione fin dal primo istante in cui l’ho conosciuta, forse proprio in virtù della mia indole già di per sé riflessiva. Dopodiché è stata, e certamente lo sarà per tutto il corso della mia vita, la mia ancora di salvezza, la mia pietra miliare, la mia soluzione esistenziale, la mia visione delle cose
Ti senti una persona razionale?
Sono una persona razionale nella misura in cui usare la testa serve a formulare un giudizio critico dei fenomeni. Per tutto il resto il cuore mi accompagna sempre.
Quali sono i momenti di maggiore ispirazione per la tua scrittura?
Scrivo ogni volta che un luogo, un momento particolare o una circostanza richiedono il tempo necessario a imprimere quel concetto o quel pensiero che ha interpellato la mia creatività o la mia esigenza di segnare un appunto, una frase o anche soltanto una parola. Questo mi capita di notte oppure quando guido su lunghi percorsi o anche quando sbrigo le faccende. Insomma, ogni volta che la mia mente, osservando, va oltre i confini della mera realtà per affidarsi al volo pindarico dell’ispirazione.
A quale tua opera sei più affezionata?
Sono affezionata a tutti i miei scritti e anche a tutti quei contributi che ho pubblicato su riviste e antologie. Da ognuno emerge il mio modo di stare al mondo, perciò ciascuno di essi costituisce l’espressione più originale di me.
Da dove nasce l’ispirazione per questa ultima opera Arabeschi e da dove viene il nome?
La silloge “Arabeschi” vede la luce in pochi mesi di gestazione, perché è stata dettata dalla mia anima in piena esigenza di dare sfogo a pensieri ed emotività molto coinvolti in una strenua dialettica. Avevo bisogno di cercare una sintesi che mi fornisse risposte. Nella spasmodica ricerca di senso, che sempre mi induce a riflettere, ho concepito quest’opera fatta di ghirigori meditativi, emotivi e razionali, in cui, da un lato, emerge lo spirito critico della filosofia, e dall’altro, vige una sorta di abbandono alla fluttuazione ossimorica della poesia. Il titolo “Arabeschi” deriva proprio da questa immagine incisiva del ritmo fluttuante del percorso esistenziale, durante il quale ogni momento è sinonimo di decorazione. Così come ogni istante incide alla stregua di una toccata e fuga; alla maniera di una particolare, quanto autentica, meditazione su ciò che è stato e su come ci ha segnato.
Credi che l’arte sia una forma di consolazione o di creatività positiva per il futuro?
A mio avviso ogni forma d’arte è sinonimo di espressione poetica dell’abitare il mondo. Attraverso di essa ci si approccia alla realtà in maniera olistica, calandosi con tutti i sensi nella consapevolezza di un esser-ci che inevitabilmente prende spunto dalla rivelazione della realtà fattuale per ergersi ad una dimensione trascendente che tutto comprende. L’artista crea quando tende verso l’alto, quando guarda verso il cielo sapendo che la propria caducità non è casuale e pertanto ha bisogno di essere riempita di senso e di significato.
Spesso hai trattato l’argomento del logos, del linguaggio come ponte comunicativo tra gli esseri umani cosa suggerisci in merito a questa tematica?
Nei miei contributi emerge sempre, in maniera esplicita o implicita, il concetto di Logos, inteso come Principio Primo, come Pensiero, dal quale prendere le mosse per tracciare la propria esistenza in maniera consapevole. Esso, tra l’altro, attiene alla questione del dìa-logos, ossia del dialogo sul quale dovrebbe basarsi una sana ed equilibrata ermeneutica delle cose della vita. In tutto ciò, il linguaggio assume un ruolo di assoluto primo piano, perché attraverso di esso si interpreta e si comunica. In tal senso, occorre ribadire un concetto fondamentale: le parole hanno un significato ben preciso che non può né deve essere alterato, pena la relativa perdita di senso dei fenomeni.
Hai sottolineato l’importanza della comunicazione più che dell’informazione, in quanto quest’ultima può risultare vuota a volte vacua priva di contenuti. Puoi approfondire questo argomento?
L’informazione mediatica è spesso fautrice di deformazione dei contenuti che intende diffondere, poiché non si limita alla descrizione obiettiva degli stessi, ma li contamina con descrizioni avulse dallo stato dei fatti. La comunicazione, invece, dovrebbe (il condizionale è d’obbligo, considerando la situazione attuale di tutto il settore comunicativo) forgiare un’azione comune, atta a dia-logare sulla base di fondamenti contenutistici rigorosi, dialettici. Essa, trovando radice nella particella “cum”, ossia insieme, vige nell’alveo di un ascolto attivo e reciproco, dunque di tipo relazionale. Oggi, però, si è giunti ad un’estrema discrasia di tali concetti, pertanto i due termini, informazione e comunicazione, sono diventati sinonimi di confusione.
Verso quale fasce di età sono dirette le tue opere o più adatte?
Ritengo che chiunque possa leggere i miei contributi, essendo per lo più votati alla riflessione.
Sei molto legata ai Borghi, ai piccoli paesi alla tradizione dei nostri avi. Esiste la fanciullina che hai dentro di te ancora? Hai avuto un’esperienza d’infanzia di accoglienza di coccole per la quale provare nostalgia?
Guai a perdere di vista il proprio “fanciullino”, quella genuina capacità di meravigliarsi dinanzi allo “stupor ordis” dell’Essere.Il mio personale stupore nasce dinanzi ad ogni cosa che sia degna di attenzione. Nello specifico, il culto dei luoghi è di significativa importanza perché attiene al genius loci, ergo all’anima del luogo in quanto tale. Si tratta di essere curiosi nei confronti di ogni contesto che abbia tradizione, cultura, storia, emozioni da raccontare tramandandone l’importanza. D’altra parte, il termine nostalgia deriva da “nostos”, ossia ritorno alle origini. Ed è esattamente questo il significato intrinseco dell’attenzione ai borghi, intesi come luoghi da non abbandonare. A questa tematica ci tengo molto, perché il tema dello spopolamento è assolutamente sintomatico di una storia globale sempre più amorfa e priva di rispetto per il territorio. Per quanto mi riguarda, conservo nel cuore il ricordo affettuoso di diversi luoghi in cui vorrei tornare e per i quali provo sincera simpatia.
Sei spinta a scrivere più dalla nostalgia della commozione o dalla speranza verso il futuro?
Entrambe queste esigenze mi spingono a scrivere riflessioni che abbiano a che fare sia con la rievocazione, sia con l’aspirazione. E, soprattutto, con la speranza. Mai sorvolare sul fatto che il passato è questione di esperienza vissuta, ma il futuro consta di una visione che richiede prospettiva. Non si può costruire un percorso senza sapere dove andare, anche quando la strada diventa impervia e pregna di ostacoli, bivi e blocchi di forza maggiore.
Hai insegnato all’università come ricercatrice a contatto con i giovani, hai mantenuto l’umiltà dei ricercatori ti chiedo : alle università , agli studiosi , ai giovani, che cosa raccomandi?
Più che altro ho lavorato in ambito universitario coadiuvando la fondazione del Corso di Scienze della Comunicazione presso l’Università di Lecce. Mi occupavo di ordinamento didattico, di piano di studi, di management didattico e seguivo il percorso di studio di oltre 1500 studenti. Con tutti i docenti e gli studenti avevo un bel rapporto di cordiale collaborazione. Oggi, come allora, raccomanderei onestà intellettuale, questa grande sconosciuta.
Quali sono secondo te le strade da percorrere ancora per la conoscenza ,per la vera filosofia?
A mio avviso, ciò di cui questo periodo necessita maggiormente è il senso critico. La filosofia dovrebbe essere insegnata in ogni scuola e adottata anche nelle aziende, in ogni posto di lavoro. Tuttavia, la domanda che nasce spontanea a tal proposito è: quanto i cosiddetti docenti sono in grado di diffondere il vero senso intrinseco dell’atteggiamento filosofico restando impermeabili alle varie ideologie di appartenenza?
Hai trovato l’arché della tua vita? O lo stai ancora cercando?
L’archè è quel principio da cui tutto nasce e da cui tutto deriva. Se esiste per me, esiste anche per tutti noi. Probabilmente, consiste in una sorta di “apeiron” che solleciterà all’infinito le nostre domande principali: chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo. D’altronde, basti pensare al mistero di nascita e morte per intuire che tutto il presunto vuoto sia stracolmo di quell’Essere di cui facciamo parte e del quale ne partecipiamo l’essenza.
A proposito di bellezza, secondo te quanto l’aspetto estetico incide nella vita attuale moderna e quanto invece la profondità dell’anima viene veramente riconosciuta?
La bellezza è stata banalizzata a tal punto da diventare mera apparenza. Ciò non significa disdegnare la cosiddetta bella presenza, che possiede le sue buone ragioni per essere salvaguardata ai fini di un certo equilibrio personale e di condivisione sociale. Tuttavia, laddove l’aspetto estetico pretenda una considerazione avulsa dalla capacità di interagirecon cognizione di causa, allora, qualche discrasia avanzerà come elemento discriminante che non sempre risulta oggettivo e imparziale. L’anima, nel senso profondo del termine, comprende in essa il vero concetto di bellezza, perché essa stessa è bellezza.
Hai descritto la bellezza nella capacità di comunicare e la bruttezza nell’incapacità di comunicare. Puoi spiegare in maniera più dettagliata questo tuo pensiero ?
La bellezza, intesa come massima espressione del sublime, sa comunicarne l’essenza, stimolando quella meraviglia da cui assurge la conoscenza. La bruttezza, che consiste nell’assenza di turbamento interiore dinanzi alla magnificenza dell’Essere, crea il male, il negativo.
Qual è il legame con i membri della tua famiglia? Che tipo di rapporti prediligi? Senti di essere una persona indipendente e forte? O allo stesso tempo cerchi affetto, coccole e quel “nido” che tanto sembri, come il Pascoli ,ricercare nei tuoi viaggi e nei tuoi racconti?
La mia famiglia è fondamentale. Con essa ho costruito un rapporto maturo, solido e indispensabile. Ciò, anche a favore della mia indipendenza personale intesa come prerogativa concettuale, oltre che pratica.
Che rapporto hai con le persone che frequenti e con la società in generale? Senti di essere una donna riservata o piuttosto socievole? Estroversa, amante delle relazioni e della socialità?
Mi ritengo una persona garbata, rispettosa e socievole. Non transigo sulle ingiustizie e prendo posizione su tutto, ovviamente concedendo il giusto beneficio del dubbio là dove necessario.
Dove trovi la forza per rimanere razionale allo stesso tempo poetica? forte e allo stesso tempo aggraziata , gentile verso tutti?
La forza me la dona quell’equilibrio emotivo derivante dal mio carattere razionale e passionale allo stesso tempo. Perché, seppur apparentemente timida, le mie battaglie sacrosante le ho sempre affrontate e continuerò a farlo.
