Il Giornale del Salento

Nardò: tutte le classi di primaria del plesso di via Crispi coinvolte nel progetto teatroterapia a scuola

Maria Grazia Sodero: “I bambini non sanno più esprimere emozioni, il teatro è decisivo”

Come dimostrano i più efficaci sistemi educativi e scolastici del nord Europa, il teatro è strumento per lo sviluppo emotivo dei bambini e mezzo per la tutela della salute mentale in età evolutiva. Riparte domani, martedì 6 ottobre, L’avventura è… diventare grande!, un progetto di teatroterapia applicata nel contesto scolastico, organizzato dall’assessorato al Welfare e già sperimentato con successo a partire dal 2023 in otto classi di primaria del plesso “Don Milani” di via Crispi dell’istituto comprensivo Polo 2. In questo anno scolastico il progetto coinvolgerà di nuovo il plesso di via Crispi e tutte le dodici classi di primaria, dalle prime alle quinte, accompagnando i bambini di età diverse in un importantissimo percorso condiviso.

 

“Viviamo purtroppo – dice la vicesindaca e assessora al Welfare Maria Grazia Sodero – in una società che ha modelli difficilmente raggiungibili e una richiesta costante di performance estetici, sociali e scolastici. Tutto questo ha ridotto lo spazio per le imperfezioni, gli errori e la ricerca autentica di noi stessi. Un contesto che coinvolge pienamente e ugualmente genitori e figli e che nei bambini provoca disagio, ansia e difficoltà relazionali, quindi una immaturità emotiva di fondo. Il progetto ci ha dimostrato che la teatroterapia aiuta moltissimo i più piccoli ad esprimere le proprie emozioni e a favorire relazioni sane e un generale benessere psicologico. Possiamo considerare superata in maniera positiva la fase della sperimentazione del progetto, con l’auspicio di poterlo estendere ulteriormente in futuro”.

Da dove si parte? Il contesto, sulla base dell’esperienza degli anni scorsi, è fatto di difficoltà diffuse nella regolazione emotiva e da una marcata tendenza alla prevaricazione verbale. I bambini invadono continuamente lo spazio degli altri, faticando a riconoscere confini e distanze. A ciò si aggiungono impulsività, giudizio reciproco e scarsa tolleranza alla frustrazione. Sul versante affettivo emergono livelli di autostima generalmente bassi e strategie di problem solving limitate, spesso rigide o ripetitive. La dimensione empatica appare in larga parte sostituita da competitività e comportamenti provocatori. In più, si rilevano una genitorialità iperprotettiva (che tende a sostituirsi al bambino rimuovendo ostacoli e frustrazioni, privandolo di esperienze di limite e di riparazione necessarie allo sviluppo della resilienza e della regolazione emotiva) e un’esposizione non mediata a contenuti digitali non adeguati alla maturità emotiva del bambino (che riduce il tempo relazionale necessario alla formazione dell’intelligenza emotiva).

Su questa base, il laboratorio di teatroterapia favorisce un percorso di consapevolezza, autoregolazione e cooperazione, nutrendo la dimensione del gioco “sano” e contrastando atteggiamenti competitivi o prevaricatori. L’improvvisazione teatrale consente ai bambini di esplorare in modo libero e non giudicante il proprio mondo emotivo, il corpo e la relazione con l’altro. La teatroterapia, infatti, è una pratica psico-corporea ed espressiva che utilizza il linguaggio teatrale come strumento di esplorazione e rielaborazione dell’esperienza emotiva. L’esperienza teatrale integra simultaneamente tre dimensioni: quella corporea (movimento, gesto, voce), quella simbolica (gioco di ruolo, narrazione) e quella relazionale (incontro e ascolto reciproco nel gruppo). Il contesto teatrale costituisce uno spazio intermedio tra realtà e immaginazione, in cui le esperienze interne possono essere rappresentate, osservate e trasformate. L’assunzione di ruoli diversi consente a ciascun partecipante di esplorare aspetti molteplici di sé, favorendo processi di integrazione identitaria ed emotiva.

Nelle edizioni precedenti, peraltro, la fase finale del percorso ha previsto il coinvolgimento attivo dei genitori nella restituzione scenica: il passaggio degli adulti da spettatori a partecipanti ha rafforzato il legame intergenerazionale, trasformando la rappresentazione in un momento condiviso di ascolto, empatia e crescita comune.

Un lavoro di questo tipo, come detto, si inserisce nel solco delle esperienze internazionali (Finlandia, Danimarca e Norvegia) che promuovono l’educazione socio-emotiva attraverso le arti e la scuola. Le professioniste coinvolte nel progetto sono Chiara Albanese (teatroterapeuta specializzata, Tecnico Terapia non verbale Benenzoniana), Martina Lisi (psicologa psicoterapeuta), Giulia Fiore (danzaterapeuta) e Tamara Pappadà (referente e coordinatrice del progetto).

Exit mobile version