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martedì, Aprile 23, 2024

Vincenzo Borrega ci racconta il mondo del migliore amico dell’uomo: il cane

Da Leggere

Flavio Carlino
Flavio Carlinohttp://ilgiornaledelsalento.it
Avvocato e Dottore Commercialista Pubblicista

Non so se Enzo Borrega ami più le persone o i cani. Di certo ha trascorso la maggior parte della sua vita insieme a loro (i cani intendo), ai quali ha insegnato tanto e dai quali ha imparato tanto. Vincenzo Borrega, per gli amici Enzo, è un educatore di cani. Una di quelle persone che sa mantenere il giusto equilibrio tra l’amore profondo che si prova per questi fantastici esseri e la fermezza necessaria per insegnare loro come convivere al meglio con l’uomo.

Grazie agli addestratori, infatti, il migliore amico dell’uomo accompagna i non vedenti, col suo formidabile fiuto salva vite umane dalle macerie e convive con l’uomo, senza mai perderlo di vista, fino alla sua morte. Semmai è l’uomo ad abbandonarlo spesso, cambiando il suo destino visto che è lui a decidere della sua sorte quando, senza farsi il benché minimo scrupolo, lo lascia morire di freddo e fame, legato ad una corda, sull’autostrada o in una discarica, dove nessuno mai lo ritroverà.

E mentre il cane non penserà mai che il suo padrone sia stato così cattivo e lo aspetterà fino a quando verrà sopraffatto dalla morte, l’uomo (o l’animale, sarebbe un termine più consono) lo fa senza scrupoli, cosciente delle sofferenze che gli farà patire.

Ecco perché Enzo mi dice spesso che prima del cane va educato il padrone. Si, perché lui non si definisce un addestratore, ma un educatore. La sa lunga Enzo su questo mondo. Ha capito bene l’indole dell’uomo e quella del cane. Alla fine ha deciso di stare coi cani. Un motivo ci sarà.

Sentiamo cos’ha da dirci.

Enzo, come nasce la tua passione per questo mondo?

È la mia grande passione. Amo tutti gli animali, ma ho trovato nei cani una grande capacità di instaurare con l’uomo un feeling che pochi altri animali riescono a fare. Quando ho capito questo, mi sono messo a studiare la psicologia canina fino a trasformare la mia passione in un lavoro.

Perché ti definisci un educatore e non un addestratore?

Perché quando inizia questo lavoro al fianco di altri addestratori, sin da subito non ne condivisi il metodo improntato sulla coercizione. I cani sono esattamente come le persone. Ognuno ha il suo carattere, delle caratteristiche individuali. Il compito dell’educatore è quello di coglierle e sfruttarle al meglio per favorire le relazioni tra il cane ed il suo padrone. Allo stesso modo deve fare con il padrone.

Come si integra un cane con un padrone o con una famiglia?

Prima di tutto il cane deve essere accettato dal suo padrone e dalla sua famiglia come un membro di essa. Anche se appartiene ad una specie diversa, il cane deve essere trattato come “uno della famiglia”, ma non come un umano. Diversamente il cane non potrà mai essere educato perché si esprime con un linguaggio diverso e se quel linguaggio non viene imparato da tutti egli non sarà mai perfettamente integrato, né potrà mai essere educato. Quando iniziai a fare questo lavoro mi resi subito conto che se il cane è socializzato diviene più facile educarlo. L’ho sperimentato io stesso. Lo studio della loro psicologia, l’amore verso di loro e l’esperienza mi hanno portato ad educarli con estrema naturalezza. Se coesistono questi elementi, educarli è l’esperienza più naturale al mondo. Ma, come dicevo prima, non bisogna esagerare nell’umanizzazione dell’animale. Ricordiamo che il cane è un animale e come tutti gli animali che vivono in gruppo riconosce il suo leader. Nella famiglia deve accadere la stessa cosa. Egli deve riconoscere il leader, altrimenti tenderà a fare quel che gli pare noncurante delle regole che gli vengono imposte. Non farà mai il gregario, ma pretenderà di essere il leader del gruppo.    

Enzo, i cani hanno un modo di pensare uguale a quello dell’uomo?

No, assolutamente. La loro mente è molto meno complessa della nostra. I cani imparano per associazione e vengono condizionati da eventi ai quali, appunto, associano un’azione. Non sono in grado di collegare tra loro diversi concetti, ma ne traggono le conclusioni. I cani non possono comprendere regole morali con il ragionamento, ma vanno usati toni e gesti diversi. Essi imparano a distinguere le cose da fare da quelle da non fare. Perciò non è pensabile, come invece spesso accade, pretendere dal cane delle azioni che non gli sono state spiegate nel suo linguaggio.

Allora quando sgridiamo il cane per qualcosa che ha fatto in precedenza lui non può capirci?

Esattamente. Spesso accade che il cane venga punito per qualcosa che il padrone si aspetta dal cane senza che gli sia stato insegnato. Sgridare il cane dopo che ha fatto la pipì in un luogo in cui non doveva farla non insegna al cane a non farlo più. Loro non fanno ragionamenti complessi come l’uomo, non dimentichiamolo, né tanto meno retroattivi. Associano il rimprovero all’ultima cosa che stanno facendo non a quella fatta precedentemente proprio perché non hanno memoria retro attiva. Avvertono sempre le situazioni di disagio e capiscono se il padrone è arrabbiato con lui. Ma perché faccia quello che il padrone si aspetta dev’essere educato sin da cucciolo. Come si fa con i figli. Ovviamente con un linguaggio differente.

A che età si inizia ad educare un cane?

È molto importante iniziare il percorso educativo quando il cucciolo ha circa 60 giorni perché ha meno condizionamenti. Gli educatori di questa scuola di pensiero non spersonalizzeranno mai il cucciolo, ma cercheranno sempre di trovare la motivazione che lo spingerà a farsi educare studiandone il carattere. Più forte sarà la motivazione, più facile sarà educarlo. L’educatore deve essere in grado di cogliere questo aspetto, solo così il cane potrà essere educato bene. Per fare questo il bravo educatore, dopo aver “scoperto” la motivazione del cane premierà gli atteggiamenti che gli interessano ai fini educativi e ignorerà quelli contrari allo scopo. Inoltre, l’educatore deve sempre avere il controllo delle iniziative, ossia sarà lui a decidere se e quando fare una cosa e non quando il cane gliela chiede. Il cane ripeterà sempre l’azione che lo ha portato al premio e trascurerà quella che non gli ha dato lo stesso risultato. Attualmente si lavora così. Si inizia ad educare il cane premiandolo per quello che sa fare di corretto. Ad esempio, se si siede lo premio, se mi salta addosso lo ignoro. Lui capirà e farà esattamente quello per cui sa di ricevere il premio (gioco, cibo, ecc.). Poi si possono aggiungere i comandi, le correzioni, ecc. Una cosa è molto importante: ogni cane ha un suo carattere esattamente come l’uomo e proprio come succede agli uomini i caratteri devono collimare.

Quindi stai dicendo che anche il cane cerca la sua metà?

Certamente. Ad ogni cane corrisponde un padrone. Non si può pensare ad un cane vivace per un padrone lento e viceversa. Quando si verifica questo, il cane ed il padrone si stressano e si hanno le reazioni più disparate. Il cane viene abbandonato a sé stesso o non ascolta più i comandi dell’uomo. La convivenza tra uomo e cane è difficile.   

Qual è la differenza tra addestrare un cane ed educarlo?

Un cane può essere perfettamente addestrato, ma non educato. Addestrarlo significa abituarlo ad obbedire in campo per raggiungere l’obbiettivo prefissato. Un cane ben addestrato allo scopo da perseguire non è detto che sia educato fuori dal campo o dalla competizione. L’educazione è una forma di addestramento non competitivo che insegna al cane a convivere con l’uomo nella vita quotidiana.

Allora che consigli daresti ai padroni?

Prima di tutto di farli educare da persone competenti e di imparare bene anche i consigli che l’educatore dà a loro stessi, perché, come dicevamo all’inizio, anche il padrone deve conoscere il cane. Insisto molto sulla socializzazione del cucciolo. È una fase molto importante che va realizzata nel “periodo sensibile”, cioè tra i 24 gg e i 3 mesi di vita. In questa fase il cane va esposto a rumori, al traffico, ai bambini, agli anziani, ad oggetti diversi come ombrelli, aspirapolvere, ecc. Un cane ben socializzato è un cane con una mente aperta, senza problematiche e imparerà più in fretta.

C’è una scuola per cani?

Dopo anni di esperienza, ho deciso di dedicarmi alla formazione del cucciolo facendo dei corsi di Puppy class e faccio formazione canina che parte dalla ricerca sul comportamento del cucciolo e sfoci in una scuola con gli allievi, tutti cuccioli, che ricevono lezioni di gruppo sotto la sorveglianza di educatori esperti volte a migliorare il loro sviluppo psichico e comportamentale. Ciò avverrà in un ambiente protetto dove avranno la possibilità di imparare a comportarsi correttamente con i suoi simili e a non sviluppare aggressività con l’uomo.

In questa scuola ci sarà spazio per la Pet Therapy? 

Certamente. È uno dei primi corsi di specializzazione che ho seguito durante la mia carriera di educatore. Ho realizzato alcuni progetti qualche anno fa. Uno nell’Istituto Italo Calvino di Alliste che si intitolava “Animali in classe”. Durò un mese e mi portò a stare a stretto contatto con i ragazzi delle elementari. Fu un’esperienza bellissima che mi aiutò a capire come i bambini potevano relazionarsi con gli animali e da lì presi spunti per altri progetti, uno dei quali lo realizzai nel comune di Presicce, della durata di tre mesi, con ragazzi diversamente abili. Era un progetto di attività assistite con animali e faceva parte di azioni poste in essere dalla Asl di Gagliano del Capo, il cui titolo era “Se il tuo cuore batte nella mia mano”. Lì portai degli uccelli addestrati, dei coniglietti e interagimmo con i cani di proprietà dei ragazzi che erano tutti entusiasti. Il progetto fu molto seguito dai ragazzi e dai genitori che la sera si fermavano con noi per imparare a rapportarsi con questi splendidi animali.

Fu Levison il primo a parlare di Pet Therapy nel 1960, che altro non è se non una terapia applicata all’uomo per mezzo dell’animale. Fu lui ad inventare la psicoterapia infantile con l’uso degli animali. Lo seguì un altro studioso, l’inglese William Tuke, il quale consigliava ai pazienti con disturbi mentali di prendersi cura degli animali. Questi studiosi, già sessant’anni fa, avevano compreso quali benefici sull’uomo potevano derivare dal prendersi cura di un animale.

Enzo, dacci qualche consiglio per il quotidiano.

Per cominciare, il nostro cane deve essere trattato da cane nel senso buono della parola, ma non umanizzato. Dare del cibo quando si è seduti a tavola è sbagliato. Questo genera confusione e, quindi, potenziali conflitti tra il padrone ed il cane. Il posto dove dormire è un altro errore frequente. Il cane non dormirà mai sul letto. Il padrone, come il capo branco, dorme nel posto più comodo e più in alto. Anche il gioco è molto importante, purché siate voi a stabilirne il momento. Molto importante è la ricognizione del territorio (ad esempio il giardino di casa), che deve essere fatta, insieme al cane, dal padrone, affinché capisca quali siano le persone che sono ammesse ad invadere tale spazio (il postino, un forestiero ecc.). Ciò gli insegna a non generalizzare e ad accettare solo chi vogliamo noi. Quanto alle coccole, il padrone non dovrebbe mai coccolare il cane in maniera gratuita. Certo è molto difficile. Ma se lo faremo il cane ci vedrà deboli, come gregari. È sempre opportuno chiedergli qualche esercizio in cambio delle coccole. Poi ci sarebbe tanto altro da dire, ma mi fermo qui per non tediare i lettori.

Grazie per quanto ci hai fatto imparare oggi.

Grazie a te Flavio.

Enzo, spero che questa tua esperienza ci aiuti ad essere più sensibili verso questi meravigliosi esseri che ci accompagnano da sempre e per sempre.

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