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sabato, Aprile 20, 2024

Le orecchiette della nonna: ‘dove c’è posto per due, c’è posto anche per tre’

Da Leggere

Chiara Onorini
Chiara Onorini
Pedagogista

Nel mio vocabolario personale la definizione completa di questa parola recita così: piatto tipico salentino del pranzo domenicale, fatto di pasta fresca (acquistata o prevalentemente fatta in casa), condita con sugo di pomodori (fresco in estate, di conserva in inverno), mangiato rigorosamente a casa della nonna in compagnia della famiglia. Questa, credo sia la definizione più completa e accurata che ci sia delle orecchiette, niente in confronto a quella che troviamo nell’enciclopedia.

Il mio vocabolario personale, per chi non lo sapesse, è fatto da parole legate per lo più a ricordi d’infanzia, a profumi e sapori che vengono da lontano ma che sostengono tutto il mio presente. Ecco perché voglio assaporare con voi questo piatto, portandovi con me nel mio ricordo della domenica da bambina. Un ricordo per lo più invernale, perché d’estate le orecchiette si mangiavano rigorosamente in spiaggia e sotto l’ombrellone.

La domenica incominciava con le coperte tirate fin sopra la testa perché io non volevo assolutamente alzarmi, amavo il caldo tepore del letto, sapevo di non dover andare a scuola e tutto si colorava di attesa di quello che sarebbe accaduto nella giornata. Spesso bisticciavo con mia madre sul vestito da indossare, una testa dura fin dal principio, ma alla fine cedevo perché non vedevo l’ora di uscire, fare il solito giro domenicale e infine andare dai nonni a mangiare.

Dal finestrino della macchina scorgevo la porta di legno marrone, intarsiata dai vetri che d’inverno si appannavano e scesa in fretta, correvo a suonare. Ad aprire era sempre il nonno. Il suo sorriso enorme sotto i suoi baffi bianchi arrivava prima di qualsiasi cosa e rendeva i suoi occhi piccoli piccoli simili a due fessure, ci abbracciavamo, un bacio affettuoso e poi correvo dalla nonna. La nonna era fissa ai fornelli, col grembiule a balze a badare alle pentole fumanti, riempiendo la casa di odori antichi e di sapori tradizionali. Quando mi vedeva, non esistevano più i fornelli, il cibo o le orecchiette, esistevano solo gli abbracci e i baci pieni della gioia di rivedersi.

A me e ai miei fratelli spettava il compito più importante: allestire il tavolo. Il nonno lo apriva facendolo diventare più grande in modo da accogliere tutti e noi dalla sala alla cucina, in un andirivieni caotico e festoso, apparecchiavamo la tavola. Posate, piatti, bicchieri, “che manca?” chiedeva qualcuno, “c’è tutto” rispondeva un altro. Finalmente si mangia.

Il momento più bello era sicuramente questo, tutti insieme intorno al tavolo. Ognuno intento ad affondare la forchetta nelle orecchiette della nonna, ne assaporavamo ogni boccone, a volte il sugo finiva sui vestiti che non volevi mettere e li macchiava, ma nulla importava perché il sapore di quei piatti e la condivisione di quel che era in tavola ti faceva dimenticare di qualsiasi cosa. Perché dalle orecchiette della nonna ho imparato una cosa molto importante, che non importa, quanto hai, importa che quello che hai lo condividi in qualsiasi momento: perché, dove c’è posto per due, c’è posto anche per tre, e se c’è posto per tre, c’è posto anche per quattro.  Che grande insegnamento per essere “solo” un piatto di orecchiette.

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