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lunedì, Giugno 24, 2024

La felicità: una dimensione trascendentale

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L’uomo si interroga su alcune domande che interessano il suo essere, ma anche la sua moralità. Il quesito più reiterato e ridondante che si pone è: «Come posso raggiungere la felicità?». Lo si può notare in un passo del Vangelo di Marco quando il giovane ricco chiese a Gesù: «Maestro che devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10, 16-30). Sin da sempre questo problema di ricerca ha intessuto l’essenza dell’individuo, che è in relazione con l’intera società volta al bene comune, che non è altro che il desiderare non solo la propria, ma in una relazione continua e costante, anche l’altrui felicità. Tuttavia, non è sbagliato il bisogno, se così lo si vuole definire, ma la risposta che ne si dà. L’oggetto cui si dedica la psicologia è proprio l’interiore dell’anima. Ma, come ricorda Erich Fromm, oggi si è allontanata sempre più dal suo oggetto, interessandosi, ponendosi sullo stesso livello delle scienze odierne, più di esperimenti di laboratori che del suo oggetto cardine: l’anima. Sin dai primordi, l’uomo ha tentato di dare delle risposte, ma solo ricercandola in sé la si trova. L’uomo può ottenere la felicità soltanto quando ha realizzato la propria libertà interiore. Non sempre si è ricercato ciò, ma a volte si è fuggiti da questo interrogativo rinchiudendosi in se stessi, negando perfino la relazione, affinché non procuri sofferenza e ci si è rifugiati nella religione vivendola come alienata da sé.

Una disciplina che più ha preso a cuore la questione è stata la psicologia della religione, nella definizione che fornisce Mario Aletti, essa non studia l’essenza, l’origine e la finalità della religione, ma s’interessa del soggetto e del suo vissuto psichico nei confronti della religiosità. Sostiene Gadamer, che alla base del nostro conoscere e comprendere la realtà, vi è una pre-comprensione che l’individuo pone in atto. Dunque, anche se lo psicologo analizza il vissuto psichico della religiosità del singolo individuo, tuttavia non è esente dalle sue posizioni esistenziali. Nella trattazione del tema religioso, ci si serve della psicologia su invito del Concilio Vaticano II, affinché si possa comunicare e ricercare modi sempre nuovi per comunicare la dottrina cristiana ai nostri tempi.

«Nella cura pastorale si faccia uso non soltanto dei principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli siano condotti a una più pura e più matura vita di fede».

La religione è parte integrante dell’uomo e anche se oggi diviene un tabù, come direbbe Freud, così come il sesso, non se ne può non parlare fosse per disinteresse o perché parte integrante della persona. Dunque la psicologia non può non approcciarsi a questa dimensione umana, soprattutto in un periodo in cui il sentimento religioso sembra aver ripreso pieno vigore, come lo denotano «il Movimento di Oxford, la Rinascita Evangelica, il sorgere della Christian Science ed il costituirsi dell’Esercito della Salvezza». Nella riflessione sul sentimento religioso si è cercato di definire l’esperienza religiosa in un unicum, in un centro comune denominatore. Schleiermacher sostiene che la religiosità è un sentimento di dipendenza, Rudolf Otto al contrario definisce il sacro come mistero tremendo e affascinante, perché se da un lato incute paura, dall’altro affascina la sua potenza. E infine, Wobbermin sostiene che sia legato al desiderio e alla sicurezza, il sentirsi appartenente a qualcosa/Qualcuno. Si può ben notare come differenti siano le posizioni e da qui si comprende come non vi possa essere un’unica definizione, ma è necessario leggere l’intero sentimento religioso sulla base del pluralismo di cui esso è ricco. Nella ricerca compiuta da alcuni autori, circa il riunire la molteplicità delle emozioni che scaturiscono dal sentimento religioso, si nota come in quasi tutti vi è una reductio ad unum, venendo meno al loro obiettivo e «preferiscono istituire una norma predefinita per il sentimento religioso per poi ammettere che intervengono realmente le variazioni individuali», così come, già Durkheim aveva sostenuto che la società è intrisa di normatività. James afferma che vi sono la paura, l’amore, il timore, tutte emozioni che richiamo la relazione con il divino, che non sempre è libera. Dunlap, d’altro canto, ritiene che se vi sono degli argomenti o concetti che si richiamano e sono universali, tuttavia, si differenziano all’interno di ciascuna religione, perché differenti sono i sentimenti. Schoen al contrario dei due «giunge a parlare dell’esperienza religiosa come soggetta a una varietà di deformazioni». Inoltre tutti parlano di sentimenti che esulano dal sentimento religioso, ma che fanno parte dell’individuo in sé, ma li «attribuiscono ai responsabili capaci di sapere che cosa sia la religione, vale a dire agli individui che ne fanno prova».

L’uomo oggi, tuttavia innanzi a tali teorie, ha creato una corazza a tal punto da abbandonare l’idea che vi sia un fattore trascendentale che ne abbia dettato il suo esistere. Si vive in una società in cui il pragmatismo ha il primato sull’esistenzialismo. Questa può essere la fine della metafisica? L’uomo rinchiuso in se stesso ha un bisogno viscerale che è quello di aprirsi al suo essere, non riesce a vivere alienato da sé perché l’essere che agisce e lo stesso di quello che esiste, che è al principio dell’azione.

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