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domenica, Aprile 14, 2024

L’esperienza religiosa: ermeneutica dei sentimenti

Da Leggere

L’esperienza religiosa, così come tutto ciò che compiamo nella nostra esistenza, ha e muove i suoi passi dall’essere che, anche se inconsciamente s’interroga. Tuttavia, diverse sono le posizioni che alcuni autori, all’interno della psicologia della religione, adottano.

McDougall sostiene che non vi è un’inclinazione religiosa fondamentale, ma che ve ne sono tante, come la paura, l’ammirazione, che richiamano alla meraviglia e al sentimento negativo del sé, ad esse è richiamata la gratitudine ecc. Ma, nonostante questa sua affermazione, molte teorie hanno continuato a rintracciarne l’origine. La teoria della repressione del sesso e la teoria dell’inconscio sono alcune di esse. La prima ritiene che l’esperienza religiosa è dovuta al fine di contenere gli impulsi sessuali, tuttavia si sa che nelle religioni primordiali non vi era questa necessità impellente, per cui si siano rivolte le religioni, ma anzi esse sono nate per spiegare i fenomeni naturali ciò che spaventavano e al tempo stesso meravigliavano l’individuo «ci riferiamo alla capacità dell’essere umano, unica in tutto il panorama delle specie animali del pianeta, di osservare la volta celeste… che diviene senza dubbio parte della vita di Homo habilis e poi di Homo erectus, almeno un paio di milioni di anni fa».

«Una recente ricerca ha rilevato che l’8% dei 500 studenti interpellati hanno reputato che il tumulto sessuale fosse un fattore del loro risveglio religioso, mentre il 23% hanno indicato la gratitudine, il 17% il dolore e la privazione, il 42% la paura e l’insicurezza».

La seconda teoria, quella dell’inconscio, di cui il promotore ne è Freud, sostiene ad esempio che Dio è il padre terrestre condotto a una forma più elevata, individuando così nel bisogno di sicurezza e protezione accanto a quello di idee infantili represse, l’unica origine. James, invece, sostiene l’ipotesi che la mente individuale non è altro che la parte di un tutto che risiede nella mente universale. Dunque, più che essere psicologico, vi è un fondamento metafisico che sottende all’esperienza religiosa. Il fatto sorprendente è dunque l’antinomia che risiede all’interno del sentimento religioso, la «semplicità dell’individuo e la complessità nel processo di formazione». Si può notare come nel processo evolutivo tante siano le funzioni che s’incarnano nell’esperienza religiosa come: «le necessità corporee, il temperamento e la capacità mentale, gli interessi e i valori psicogenici, la ricerca di spiegazione naturale, la risposta alla cultura ambiente». Ciascuno di questi fattori porta e rintraccia una ricchezza dell’esperienza religiosa più che una sintesi per indicarne un’origine. Un dibattito della metà degli anni ’80 tra Vergote e Van Der Lans cerca di trovare un legame tra la fenomenicità e la noumenicità, diremmo con Kant, del sentimento religioso. Essi seguivano due visioni diametralmente opposte, che «indicheremo come sostantiva e quella cosiddetta funzionale». Antoine Vergote sintetizza gli aspetti della religiosità a partire dalla concezione diffusa della nozione di religione. Il mondo d’oggi crede che la religione sia una Weltaschaung, di fatto essa è una vera e propria relazione col divino.

Tuttavia ciò che ha permesso questa riduzione è stato il mondo scientifico che ha ridotto la religione per i propri interessi, l’idea filosofica che l’uomo è naturalmente religioso, il credere che sia una fondamentale disposizione umana, e infine il mondo pluralistico, in cui viviamo, che ha presentato la religione come una vera e propria filosofia. Ma ciò porta a dover imporre la categoria di religioso a chi di fatto non lo è, e ancora attribuire a tutte le azioni dell’uomo un senso religioso, quando in realtà essendo comprensivo non guarda allo specifico e non ne esamina la specificità intrinseca caratterizzata dall’azione. Il mondo della psicologia, d’altro canto, sostiene l’autore, non ha aiutato in questo, perché ha permesso che l’integrità dei comportamenti umani siano esaminati, o meglio, siano l’essenza della psiche. È necessario ribadire, nuovamente, che l’individuo non è solo psiche così come crede il razionalismo, ma che quella ghiandola pineale, di cui parla Cartesio nelle passioni dell’anima, sia in realtà mossa, anche, dalle altre dimensioni dell’uomo come ad esempio quella emotiva o religiosa, che non può essere spiegata da nessuna teoria psicologia, per i motivi precedentemente indicati. Dunque, è necessario sostituire la religione dalla riduttiva visione del mondo ad essere un vero e proprio sistema rivelato, che intende «un insieme strutturato di rappresentazioni, segni iconici, azioni simboliche, esperienze emozionali». Inoltre, l’attributo “rivelato” indica che non sono entità umane, anche qui il motivo per cui non può considerarsi un processo psichico, ma sono date a lui, ricevute da Qualcun Altro. È, quindi, compito della psicologia applicata tener conto di come l’individuo integri la dimensione religiosa con le altre. Van der Lans amplia, invece, la definizione di religione. Egli sostiene che è necessario prestare attenzione ai propri contesti e alla propria tradizione perché essa influisce sull’analisi dei comportamenti religiosi. Dunque, si tenga conto dell’oggetto di studio cui è chiamata la psicologia della religione, ossia esaminare le strutture e le funzioni psicologiche. A ciò si lega ciò che diceva Paloutzian. Accade che il credente si stacca dalla sua concezione religioso nel suo lavoro professionale, al contrario dell’ateo che è fortemente condizionato e, di conseguenza, condiziona la sua ricerca. La religione è la ricerca di senso ultimo che l’individuo ricerca. Ciò significa che l’esperienza religiosa non è solo relegata al

«comportamento umano che fa riferimento al trascendente», ma è ciò che diceva Mircea Eliade ossia l’abitare situazioni limite, che spinge l’uomo a ricercare l’unità in sé, «che può essere ben inteso come religioso».

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