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venerdì, Giugno 21, 2024

Beneficienza o pubblicità. Sono solo affari

Da Leggere

Flavio Carlino
Flavio Carlinohttp://ilgiornaledelsalento.it
Avvocato e Dottore Commercialista Pubblicista

Il problema non sono gli influencer, ma le persone disoneste. Anche in Italia, come nel resto del mondo, definiamo in tal modo chi è in grado di condizionare le scelte “consumistiche” di ognuno di noi. Ci piace il maglione verde, ma se l’influencer “consiglia” il nero, ahimè, l’idea va subito cambiata a scapito del gusto personale. È così, non c’è niente da fare.

Ma le persone disoneste sono altra cosa. Non bisogna necessariamente essere influencer per far credere al pubblico che il prodotto venduto è una scelta obbligata, poiché in seguito all’acquisto tutti saremo a posto con la coscienza, visto che parte degli introiti di quel prodotto saranno destinati a scopo benefico, ad esempio, a poveri, malati e bisognosi.  

Una cosa è certa, però: bisogna vendere molto di più, sennò da dove si prendono i soldi per la beneficienza? In altri termini, col pretesto di aiutare gli ultimi, si tenta di battere la concorrenza vendendo più prodotti. Sarà un tentativo di emulazione dell’impresa sociale o, più semplicemente, di un caso di impresa cinica, visto che non solo si venderà di più, ma anche ad un prezzo di gran lunga più alto rispetto al prodotto della concorrenza. Ovviamente, più si vende, più si guadagna tutti, o quasi tutti. Ai poveri l’ardua sentenza. Ma se agli ultimi non arriva niente, qualcosa non quadra.    

Allora, qual è la ragione che spinge le aziende a pubblicizzare i prodotti per aumentare le vendite con la scusa di azioni benefiche? Simulare buoni sentimenti e una sana e buona coscienza o riscattarsi dall’ingordigia quotidiana e dal lusso sfrenato, attraverso l’alibi di una buona azione? Probabilmente. Il finto moralismo dell’era consumistica cosparge di ipocrisia ogni cosa, anche il pandoro, con la complicità del Natale, ma lo scopo benefico sdogana tutto ciò che consumiamo, purché si tratti di prodotti biodegradabili, eco-sostenibili e così via. Che i prodotti siano buoni, poco importa. Intanto, siamo a posto con la coscienza dato che abbiamo comprato per fare del bene agli altri e non a noi stessi. Non più ragioni qualitative, ma morali ed etiche.     

Così le aziende “esibiscono” gli ultimi, le minoranze, la natura, gli animali ed altro, allo scopo di vendere di più per sostenere una causa, tranne poi scoprire che la causa non è stata per nulla sostenuta.  Niente è più ributtante e menzognero di un tale ostentato moralismo.

A parte, poi, c’è il moralismo di chi pretende di vivere al di sopra del popolo, ma con la sua approvazione. Perciò il ricco ostenta e per non suscitare invidia tenta operazioni benefiche che si scoprono non essere mai state tali.    

L’ideale sarebbe che le aziende o i ricchi facessero beneficienza con un corposo bonifico a favore dei bisognosi, come si faceva una volta, senza sbandierarlo a destra e a manca. La carità si fa in silenzio, altrimenti diventa pubblicità.

Ma il vero dubbio è un altro. Siamo sicuri che l’intenzione degli acquirenti sia quella di contribuire alla raccolta benefica? O è soltanto il desiderio di possedere un certo prodotto, poiché il Natale senza il prodotto “di tendenza”, non è Natale. Non sapremo mai la verità, ma il fatto che la Ferragni abbia perso “solo” meno di centomila followers la dice lunga. I suoi seguaci sono quasi 30 milioni. Fate voi. Meno male che non tutti sono disonesti.

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