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lunedì, Giugno 24, 2024

Comunicare. Non è solo connettere: ‘to share’ e ‘to care’

Da Leggere

Il prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini,  firma la prefazione al libro “Comunicare”,  Libreria Editrice Vaticana, 2024, che raccoglie i dieci Messaggi di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, raccolti dall’Unione Cattolica Stampa Italiana e commentati da giornaliste e giornalisti italiani.

Di seguito alcuni punti tratti dalla prefazione di Paolo Ruffini.

Comunicare non è solo connettere. Connettere non basta. Bisogna prendersi cura. To share e to care.

To share: il mondo della televisione ha ridotto lo share a un numero che misura una massa; a un indice che serve per pesare il valore degli investimenti pubblicitari. Laddove, invece, se c’è una grandezza da misurare è quella della pienezza, della bellezza, di questa condivisione. È una grandezza che sta nella sua unicità.

To care, mi interessa, mi sta a cuore: il mondo di oggi ha quasi cancellato l’idea che ci si possa interessare a qualcosa di diverso dal proprio interesse.
Al massimo ci interessa il modo in cui il progresso sembra appagare i nostri desideri.

Siamo così affascinati dal catalogo delle possibilità che la tecnologia della comunicazione digitale squaderna davanti agli occhi di ognuno di noi, che rischiamo di restare alla fine senza parole, senza gesti, senza immagini, senza nulla da comunicare, prigionieri di noi stessi, delle nostre paure, del nostro narcisismo; incarnando il paradosso del massimo della connessione e del minimo della comunicazione; scambiando la forma con il contenuto.

Su questa linea di interpretazione  si inseriscono i Messaggi di papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.
La Chiesa ha sempre considerato la comunicazione coessenziale alla sua missione accettandone le sfide di ogni tempo.

Una cosa soprattutto ci ripete ogni anno Francesco con i suoi messaggi: l’importanza di comunicare con il cuore, di “parlare con il cuore”, di ascoltare con il cuore, di tacere anche con il cuore.

Ascoltare è comunque il primo indispensabile ingrediente del dialogo e della buona comunicazione. Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare (cfr. Francesco, Messaggio per la LVI Giornata delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2022).

Quanto alla tecnologia, certamente essa ci permette oggi cose che erano impensabili solo pochi decenni fa. Ma ci sono – sempre ci saranno – cose che la tecnologia non può sostituire. Come la libertà. Come il miracolo dell’incontro fra le persone. Come la sorpresa dell’inatteso.

 La conversione. Lo scatto dell’ingegno. L’amore gratuito. Qui è la radice di ogni comunicazione. Per questo la connessione da sola non basta.
Ci possono essere marketing, pubblicità, connessione. Ma senza una relazione vera non c’è vera comunicazione.
Non sarà un algoritmo a rivelarci il bene. Tocca semmai a noi orientare l’algoritmo al bene.

Inoltre l’intelligenza artificiale ci sfida: ma l’intelligenza umana ha una risorsa che la macchina non ha, il cuore, il sentimento.

«La comunicazione è (…) una conquista più umana che tecnologica», ha esordito Francesco nel 2014, con il suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Non è il marketing il modello della buona comunicazione. Ma la testimonianza di chi sa vedere, di chi sa ascoltare, di chi sa farsi prossimo.
Questo è anche il modo migliore di combattere le fake news.

Tra le cose meravigliose di cui l’animo umano è capace, prima di ogni invenzione tecnica, c’è questo infatti: la capacità di condividere.
In un momento così buio per la storia della umanità è solo nella condivisione vera che possiamo trovare la strada per ridare l’anima ad ogni meravigliosa invenzione tecnica e al nostro comunicare.
Solo così la comunicazione diventa comunione e apre veri e propri processi di sviluppo del bene, di pace.

“Non si tratta – come ha detto papa Francesco – di promuovere un giornalismo ‘buonista’ che nega l’esistenza di problemi gravi e assume toni sdolcinati. Ma al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone; un giornalismo che non brucia le notizie, ma si impegna nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento di un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale”..

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