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lunedì, Luglio 15, 2024

Lu tridici te febbraru, a Lequile, la festa te Santu Itu Piccinnu

Da Leggere

La comunità di Lequile fortemente legata alla tradizione religiosa della sua terra celebra Santu Itu in tre diverse date:
1. Il 13 febbraio: “Festa del Patrocinio” o “Santu Itu Piccinnu” 
2. Il martedì di Pasqua: “Festa della traslazione della reliquia” o “Santu Itu Menzanu” 
3. La IV domenica di giugno: “Festa del Santo Patrono” o “Te Santu Itu ranne” 

La Festa del Patrocinio o “te Santu Itu Piccinnu” è la prima delle tre solenni festività che il popolo di Lequile dai tempi lontani celebra in onore di San Vito.

È un atto di ringraziamento che i lequilesi offrirono all’amato santo per averli protetti dai rischi di un terribile nubifragio. La furia temporalesca provocò gravi rovine solo alla struttura della chiesa: danneggiò la cupola emisferica ricoperta di ceramiche e crollò il campanile. Nessuna casa o edificio pubblico riportò gravi danni, né alcun cittadino rimase ferito. La comunità considerò  tale evento come un favore celeste ottenuto da San Vito, che pur di soccorrere i suoi devoti fece cadere l’impeto distruttivo sulla “sua casa”, cioè la Cappella costruita in suo onore, lasciando illese persone, animali e cose.

Per tale evento miracoloso e per tanti altri favori ottenuti dall’intercessione di San Vito i fedeli di Lequile hanno tramandato  nella storia un grande tributo, come segno di devoto affetto, festeggiando ogni tredici di febbraio “Santu Itu Piccinnu te la focara“. Lo stesso P. Bonaventura da Lama registrò nella sua opera, Cronica de’ minori osservanti riformati della provincia di S. Nicolò,  la riconoscenza e la gratitudine del popolo per tale patrocinio: «Tanto dicono i Terrazzani di Lequile al loro Protettore, perché ne osservano tutti i giorni i miracoli; e se alle volte s’ha visto il fulmine danneggiar la sua Chiesa; slogati più e più volte della Cupola i mattoni, bruciate le cornici, e lasciato il segno agli Altari, è stato miracolo grande del Santo, che per non offendere de’ suoi divoti le case, s’ha accontentato di ricevere il danno nella sua propria Casa, ed ammonisse con quella lingua di fuoco tutti i divoti, che quel danno doveva a loro apportare, l’ha ricevuto a se stesso» .
La tradizione però non registra l’anno di tale triste fenomeno. Nei documenti si trova scritto che nel 1546 vi fu un nubifragio che distrusse case e“scovrì la chiesa“. Senza alcun dubbio l’evento è precedente al 1670, anno in cui la “Pietas lequilensium instauravit augustius“, “ricostruì il nuovo tempio“, come si evince dalla scritta incisa sul cartiglio scolpito nella facciata della chiesa.

 Si tramanda, da generazione in generazione,  il giorno preciso e il mese:  “lu tridici te febbraru” per i lequilesi  significa richiamare “la festa te Santu Itu Piccinnu” o “Santu Itu te la focara“.

La preparazione per la festa di San Vito da sempre è stata solenne. La sera della vigilia si dava inizio alla festa religiosa. La domenica precedente statua del Santo veniva trasferita dalla chiesa Matrice alla sua Cappella. Il dodici a sera si accendeva in Largo San Vito un grande falò, realizzato con le sarmente,fascine di che i fedeli portavano sulle spalle  dalle loro campagne. Al termine della serata, quando le fascine erano ormai consumate dal fuoco e la legna era già ben accesa, si recavano al falò con braciere di rame.  Con un’offerta in denaro, qualche soldo, acquistavano la brace e i tizzoni accesi che portavano nelle loro case per riscaldarsi o come simbolo di protezione. Il Comitato utilizzava il denaro donato per il  culto o per la festa.
Il 13 di febbraio a mattina si svolgeva la processione con la statua di San Vito “in penitenza”, cioè senza l’addobbo degli ori e senza la corona d’argento sul capo, per rievocare il triste evento passato.

In piazza San Vito avveniva il rito del “cambio delle bandieredi colore rosso per indicare il martirio. Le tre bandiere venivano collocate sulla parte più alta della colonna, quasi ai piedi della statua di San Vito.
Al rientro della processione, il Capitolo, composto da numerosi sacerdoti, celebrava una solenne Messa di ringraziamento. Nel tardo pomeriggio, dopo il canto dei Vespri si teneva il panegirico, chiamando illustri oratori. La sera dello stesso giorno si riportava la statua di San Vito alla chiesa Matrice.

Quando la processione arrivava in piazza San Vito, con una sosta d’obbligo, veniva acceso al centro della piazza un altro grande falò. La legna si lasciava completamente bruciare e ridurre in cenere. La brace non si vendeva perché doveva ardere e consumarsi in onore di San Vito.
Nel 1965 venne soppressa la processione e il falò.  I devoti di San Vito però  preparavano e accendevano tanti piccoli falò nelle varie contrade per mantenere viva questa  antica tradizione. Da alcuni anni il popolo lequilese ha voluto ripristinare il tradizionale falò. Ogni 13 di febbraio la sera, dopo la Messa solenne, ci si ritrova intorno alla “focara” per far festa in onore di San Vito. Una lirica in versi dialettali dal titolo “le tridici te febbraru“, composta da un certo Matteo Greco di San Pietro in Lama, tramandata a memoria da padre in figlio, mantiene viva la devozione verso il Santo Patrono che in cielo, da sempre e per sempre, intercede per il suo popolo.

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