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mercoledì, Giugno 19, 2024

Essere strumenti e non fine: l’ossessione dell’Io non ci porterà da nessuna parte

Da Leggere

di Rocco D’AMBROSIO

Ciò significa ricordarsi continuamente di essere strumenti, e non fine, di un piano più grande di noi, cioè la volontà di Dio. E anche in pace o in guerra, in prosperità o ristrettezza dobbiamo portare frutti di giustizia e di amore e di pace

Il Vangelo odierno: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»
.  (Gv 15, 9-17 – VI di Pasqua B).

Forse non c’è persona sulla faccia della terra che non voglia, dopo la sua morte, continuare a “vivere quaggiù” magari nelle opere che ha realizzato, in ciò che faranno i suoi figli e nipoti, nel ricordo che la storia, piccola o grande, gli riserverà. In fondo ciò è anche bello: è il nostro desiderio di non morire, è la voglia di generare per sempre, è la forza dell’istinto di conservazione.

Ovviamente ciò che è naturale ha le sue degenerazioni. E allora ci ritroviamo con politici, responsabili di comunità di fede religiosa o di istituzioni varie, capi e leader di ogni dove e quando, che si sentono “salvatori della patria”, iniziatori di una nuova era, destinati a non morire mai, per le opere che realizzano e per il ricordo che si avrà di loro. Ma non vale solo per i “grandi” di questa terra, vale anche per la cosiddetta gente comune. L’IO di ognuno di noi è sottoposto a fortissime tentazioni di ipertrofia, cioè crescita a dismisura. Trovare persone umili e misurate, modeste e riservate è ormai impresa molto difficile. Non c’è solo da studiare. Ci sarebbe anche tanto da ridere per quanto leader e cittadini siffatti diventano pacchiani e stucchevoli nel sentirsi eterni; se poi, pensiamo ai danni che fanno, c’è solo da piangere. E in campagna elettorale tutta la politica, nazionale ed europea, è volgarmente ridotta a caccia di voti, e la caccia ha un emblema: il mio nome sullo stemma del partito, la mia immagine, il mio IO… IO, IO, IO, la vacca di Giove. Ricordate?

«La vanitàscriveva Pascalè così radicata nel cuore dell’uomo che un soldato, un manovale, un cuoco, un facchino si vanta e vuole avere i suoi ammiratori: anche i filosofi ne vogliono; e quelli che scrivono contro la gloria vogliono avere la gloria d’aver scritto bene; e quelli che li leggono vogliono avere la gloria di averli letti; e forse anch’io che scrivo queste cose ne ho voglia; e forse quelli che mi leggeranno…».

Allora dobbiamo pensare, saggiamente e senza ansie, che la vita è fragile, che possiamo perderla da un momento all’altro; malattie o altro, non importa. Tutto questo non per angosciarci ma per recuperare la misura della nostra vita. Ha scritto Carl Gustav Yung che una persona “che non si ponga il problema della morte e non ne avverta il dramma, ha urgente bisogno di essere curata”.

Per pensare alla morte con serenità e responsabilità chiediamoci: Chi siamo? Non siamo servi, schiavi alla mercé di un padrone dispotico e imprevedibile. Siamo amici del Signore. Siamo nelle sue mani, sempre. Vantiamoci di questo e non del nostro IO smisurato e delle sue vanità passeggere.

Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Il portar frutti, in ogni ambito di vita, è un dono di Dio, rivela l’immagine di Dio Creatore in ognuno di noi. Quindi i soli frutti che rimangono sono quelli maturati in Lui e per mezzo suo. Ciò significa ricordarsi continuamente di essere strumenti, e non fine, di un piano più grande di noi, cioè la volontà di Dio. E anche in pace o in guerra, in prosperità o ristrettezza dobbiamo portare frutti di giustizia e di amore, di pace e cura degli altri. E’ questo, e solo questo, che ci farà entrare in Cielo, perché Gesù è risorto e ci porterà accanto a sé solo se ci presenteremo con questi frutti non col nostro IO pacchiano e stucchevole. Con quello non si entra in Paradiso, si va altrove…

Rocco D’AMBROSIO (www.rocda.it) è presbitero della diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica nella Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma. Tra gli ultimi suoi saggi: Come pensano e agiscono le istituzioni (2011), Ce la farà Francesco? La sfida della riforma ecclesiale (2016, tradotto in portoghese, spagnolo e inglese); con F. GIANNELLA, La corruzione: attori e trame (2018); Formare alla politica. L’esperienza di Cercasi un fine (Magma – Cuf 2020), con R. CRISTIANO, Siamo tutti della stessa carne. Dialogo su “Fratelli tutti” tra un cattolico e un agnostico (Castelvecchi editore 2020); Il potere. Uno spazio innquieto, Castelvecchi, Roma 2021, in spagnolo El poder. Uno espacio fragil, CEPROME-PPC, Ciudad de Mexico 2021. Si occupa di formazione sui temi di etica politica e pubblica, collaborando con diverse istituzioni civili ed ecclesiali; presiede l’Associazione Cercasi un fine, impegnata nella formazione politica e nell’accoglienza di migranti (www.cercasiunfine.it).

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