Analisi geopolitica del saggista Yari Lepre Marrani
Il recentissimo incontro al Cremlino tra Vladimir Putin e Nikol Vovayi Pashinyan, da maggio 2018 primo ministro dell’Armenia, non è stato un semplice vertice diplomatico: è apparso piuttosto come l’ennesima dimostrazione di un metodo di potere che, da anni, si fonda sull’intimidazione, sul ricatto e sulla proiezione della forza della Federazione Russa. Il monito, neppure troppo velato, sulle forniture di gas rivolto all’Armenia rivela una costante della politica estera russa sotto Putin: trasformare strumenti economici in leve coercitive, preludio – quando necessario – a pressioni ben più dure.
Questo schema non è nuovo. Già nel contesto della Guerra russo-ucraina, il Cremlino ha dimostrato come energia e dipendenza economica possano diventare armi geopolitiche. Prima ancora dei carri armati, sono arrivati i tagli alle forniture, le pressioni sui prezzi del gas, le interferenze politiche. E quando tali strumenti non sono bastati, Vladimir Putin ha scelto l’escalation militare, culminata nell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022.
L’episodio con Nikol Pashinyan si inserisce precisamente in questa logica. L’Armenia, storicamente legata a Mosca, è sempre più insofferente verso un’alleanza percepita come squilibrata. E la risposta del Cremlino non è stata quella di un partner affidabile, bensì quella di un potere che pretende subordinazione. Il riferimento al gas, in questo senso, non è un dettaglio tecnico ma un messaggio politico: chi si discosta dalla linea russa rischia conseguenze concrete.
Questa modalità operativa richiama in modo inquietante quanto già osservato in Ucraina. La guerra non è stata un incidente né una risposta obbligata a minacce esterne, bensì una scelta strategica. Numerosi analisti concordano nel ritenere che Vladimir Putin abbia agito spinto da una visione neo-imperiale, orientata a ristabilire una sfera di influenza russa nello spazio post-sovietico. In questa prospettiva, l’indipendenza politica di Kiev rappresentava un ostacolo intollerabile.
Il prezzo di questa scelta è stato devastante. Le operazioni militari russe in Ucraina sono state accompagnate da accuse documentate di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Episodi come quelli emersi dopo la ritirata da Bucha, i bombardamenti su infrastrutture civili e le deportazioni forzate di popolazione hanno alimentato inchieste internazionali e condanne diffuse. Organizzazioni come le Nazioni Unite e numerose ONG hanno raccolto prove che indicano un pattern sistematico di violenze, ben lontano dall’immagine di “operazione speciale” proposta dalla propaganda del Cremlino.
Questi fatti non possono essere separati dalla natura del sistema di potere costruito da Putin. La concentrazione estrema dell’autorità, la repressione del dissenso interno, il controllo dei media e l’eliminazione degli avversari politici costituiscono il terreno su cui si sviluppa una politica estera aggressiva. Un leader che non tollera opposizione interna difficilmente accetterà limiti esterni alla propria azione.
È proprio questa continuità tra politica interna e politica estera che emerge anche nel rapporto con i cosiddetti “stati satelliti”. L’Armenia, pur formalmente sovrana, si trova in una posizione di dipendenza strutturale dalla Russia, soprattutto in ambito energetico e militare. Il comportamento di Putin durante l’incontro con Pashinyan suggerisce che tale dipendenza venga utilizzata non per costruire cooperazione, ma per imporre disciplina.
La storia recente dimostra quanto sia pericoloso sottovalutare questi segnali. In Ucraina, le pressioni economiche e politiche hanno preceduto l’intervento armato. Oggi, nei confronti dell’Armenia, si osservano dinamiche simili: richiami all’ordine, avvertimenti impliciti, uso delle risorse energetiche come strumento di pressione. Non è inevitabile che si arrivi a un’escalation militare, ma ignorare il precedente ucraino sarebbe ingenuo.
In definitiva, l’incontro tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan rappresenta molto più di un momento di tensione bilaterale. È la manifestazione di una visione del potere che privilegia la coercizione sulla cooperazione, la forza sul diritto, l’imposizione sul dialogo. Una visione che ha già prodotto conseguenze drammatiche in Ucraina e che continua a proiettare la sua ombra su altri paesi dell’area post-sovietica.
Se c’è una lezione da trarre, è che i segnali di intimidazione – anche quando si presentano sotto forma di dispute energetiche o divergenze diplomatiche – non possono essere considerati episodi isolati. Essi fanno parte di un disegno coerente, in cui la volontà di potenza guida le scelte strategiche del Cremlino. E finché questo paradigma resterà invariato, il rischio di nuove crisi, e di nuove tragedie, rimarrà concreto.
A corroborare questa lettura non bastano impressioni o interpretazioni: esiste un corpus consistente di fatti documentati che evidenziano una precisa continuità nel comportamento del Cremlino sotto Vladimir Putin.
Un primo elemento riguarda l’uso sistematico delle risorse energetiche come strumento di pressione politica. Già nei confronti dell’Ucraina, tra il 2006 e il 2009, la Russia ha interrotto o ridotto le forniture di gas durante dispute sui prezzi, colpendo non solo Kiev ma anche diversi paesi europei dipendenti dalle stesse pipeline. Analoghi episodi si sono verificati con la Bielorussia e la Moldavia, dove aumenti improvvisi dei costi energetici o minacce di interruzione sono coincisi con momenti di tensione politica o tentativi di avvicinamento all’Occidente.
Un secondo dato riguarda l’intervento diretto o indiretto negli affari interni degli stati dell’ex spazio sovietico. In Georgia, nel 2008, la Russia è intervenuta militarmente nel conflitto dell’Ossezia del Sud, consolidando la propria presenza nelle regioni separatiste. Questo episodio rappresenta uno dei precedenti più evidenti dell’uso della forza per mantenere una sfera di influenza. Non si tratta di un caso isolato, ma di un tassello di una strategia più ampia.
Un terzo elemento è costituito dal sostegno a entità separatiste o governi filo-russi nei paesi vicini. Nella regione del Donbass, in Ucraina orientale, il supporto politico, logistico e militare russo ai gruppi separatisti è stato ampiamente documentato già a partire dal 2014, dopo l’Annessione della Crimea. Anche in questo caso, l’obiettivo appare chiaro: impedire un pieno consolidamento dell’indipendenza politica di Kiev e mantenerla in una condizione di instabilità permanente.
Se si osservano questi fatti in sequenza, emerge un modello ricorrente. Prima si esercita una pressione economica, spesso legata all’energia; poi si alimentano divisioni interne o si sostengono attori locali favorevoli a Mosca; infine, se tali strumenti non producono i risultati desiderati, si ricorre all’intervento militare diretto o indiretto. Questo schema è esattamente quello che ha preceduto l’escalation della Guerra russo-ucraina.
Nel caso ucraino, i segnali prodromici sono stati molteplici e inequivocabili. Dopo anni di tensioni energetiche e politiche, il punto di svolta è arrivato con le proteste di Euromaidan nel 2013-2014, che hanno segnato un deciso orientamento filo-europeo del paese. La risposta russa è stata immediata: prima la Crimea, poi il sostegno ai separatisti nel Donbass, infine l’invasione su larga scala del 2022. Una sequenza che dimostra come le minacce economiche e politiche possano evolvere rapidamente in conflitto aperto.
Alla luce di questo quadro, l’episodio recente con Nikol Pashinyan assume un significato ancora più allarmante. L’Armenia si trova oggi in una fase delicata, segnata da tensioni regionali e da un progressivo ripensamento della propria collocazione internazionale. Il richiamo di Putin alle forniture di gas si inserisce perfettamente nel repertorio già osservato altrove: un avvertimento che combina pressione economica e messaggio politico.
Questi elementi permettono di delineare un quadro complessivo in cui la leadership russa non appare semplicemente assertiva, ma strutturalmente orientata al controllo e alla subordinazione dei paesi limitrofi. È in questo senso che molti osservatori parlano di una deriva autoritaria che travalica i confini interni e si proietta all’esterno, trasformando la politica estera in uno strumento di dominio.
Le implicazioni di questo approccio non si limitano ai cosiddetti stati satelliti. L’intera Europa orientale si trova esposta a un modello di relazione internazionale basato sulla coercizione. Paesi come la Polonia e i membri baltici dell’Unione Europea osservano con preoccupazione questi sviluppi, consapevoli che la stabilità regionale dipende anche dalla capacità di contenere tali dinamiche.
Ma il discorso non si ferma qui. Anche l’Europa occidentale non può considerarsi al riparo. La dipendenza energetica, le campagne di disinformazione e le interferenze politiche rappresentano strumenti attraverso cui la Russia ha cercato, e in parte continua a cercare, di esercitare influenza ben oltre il proprio vicinato immediato. In questo senso, la guerra in Ucraina ha segnato una cesura, rendendo evidente la portata della sfida.
In conclusione, i fatti analizzati delineano una traiettoria coerente: dalla pressione economica all’intervento militare, passando per la destabilizzazione politica. In questo contesto, Vladimir Putin emerge come un attore che non si limita a difendere interessi nazionali, ma persegue una visione di potere che entra in conflitto diretto con i principi di sovranità e autodeterminazione degli stati. Per i paesi dell’ex spazio sovietico ciò rappresenta una minaccia immediata; per il resto dell’Europa, un rischio sistemico che non può essere ignorato.
Chi a tutt’oggi la pensa differentemente, non può che essere tacciato di ipocrisia o, al limite, collaborazionismo diretto o indiretto con le politiche aggressive e geopoliticamente criminali del presidente russo Putin. E come i morbi, vanno estirpati ab initio per evitarne le progressive metastasi, anche verso coloro che, con tutti i mezzi – soprattutto mediatici – veicolano la propaganda di un occidente cattivo e una Russia giusta, un’Europa “responsabile” della guerra in Ucraina e tesa a riarmarsi a scopi di aggressione bellica verso la Russia stessa. Dovrebbe valere quel famoso principio di Jean Paul Sartre secondo cui “Perché sia possibile la malafede occorre che la sincerità stessa sia in malafede”. Verso tutti costoro andrebbe applicata una capillare E ferma censura che non è strumento crudo e antidemocratico, ma utile, come extrema ratio, per salvaguardare la verità politica e geopolitica dei fatti contro la cattiveria degli autocrati, a favore delle sofferenze di chi, alla cattiveria intimidatoria, vuole continuare a resistere, come il volenteroso ed eroico popolo ucraino.
Nota biografica dell’autore: Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche). Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.
