Il Giornale del Salento

San Sebastiano, il cuore di Racale batte ancora per te

Anche quando la stanchezza prende il sopravvento e il caldo invita al riposo, anche quando ci si convince che raccontare ogni anno la stessa storia possa sembrare superfluo, anche quando il vento soffia contro, basta uno sguardo, una prospettiva di festa, perché il desiderio di raccontare torni a prenderti per mano.

Ed ecco i primi fuochi del mattino che annunciano la festività, la processione della sera tra luci, fiaccole e piccoli fuochi d’artificio che accolgono il passaggio della statua. E il profumo della fede, della storia e della tradizione si mescola a quello della piazza a lui dedicata, che sembra illuminarsi di una luce nuova.

Sì, perché la festa di San Sebastiano, Santu Cciau per i racalini, è un momento che unisce, che rende comunità, al di là delle appartenenze e delle tensioni personali. L’immagine di quel giovane santo, simbolo di accoglienza e apertura all’altro, arriva come una dolce folata di vento d’inizio estate. Si mescola al profumo dell’incenso, alla musica delle orchestre, al ritmo dell’atteso bolero, alle luci intermittenti delle bancarelle e allo sguardo stupito dei bambini, come se il tempo non fosse mai passato. Bambini che scrutano con sorprendente meraviglia e trasmettono quello stupore che dà speranza, che invita alla positività.

San Sebastiano è anche questo: un anello di congiunzione tra passato, presente e futuro

Ci sono figure che la storia racconta con abbondanza di dettagli e altre che, pur avvolte nelle nebbie del tempo, continuano a vivere nella memoria del popolo con una forza sorprendente. San Sebastiano appartiene a questa seconda categoria. Di lui sappiamo relativamente poco, eppure il suo nome continua a risuonare da secoli nelle chiese, nelle preghiere e nei racconti tramandati di generazione in generazione. È il paradosso dei santi più amati: talvolta non sono i documenti a conservarne il ricordo, ma il palpito del cuore della gente, che custodisce gelosamente una sua immaginetta nel portafoglio, in macchina o nella propria casa come segno di devozione e affetto.

Ancora oggi il culto di San Sebastiano è fortemente sentito. Tre comuni italiani portano il suo nome e numerose città e paesi lo venerano come patrono. Nel Salento, terra di fede e tradizioni antiche, ben cinque centri della diocesi di Nardò-Gallipoli gli sono particolarmente devoti. Tra questi vi è Racale, la “Città della Follia”, che da secoli custodisce un legame speciale, oserei dire unico, con il santo martire.

La sua storia si colloca negli anni tormentati delle persecuzioni contro i cristiani. La tradizione racconta che Sebastiano fosse un valoroso ufficiale dell’esercito romano, stimato dall’imperatore Diocleziano e ammesso nella cerchia dei suoi uomini più fidati. Dietro quell’uniforme, però, batteva il cuore di un cristiano: Sebastiano visitava i fedeli rinchiusi nelle carceri, confortava chi era destinato al martirio e sosteneva chi rischiava di vacillare nella fede. Si narra anche che riuscì a convertire soldati e prigionieri, annunciando il messaggio cristiano. 

Quando Diocleziano venne a conoscenza della sua attività la sentenza fu terribile. Sebastiano venne condotto in aperta campagna, legato al tronco di un albero e trafitto dalle frecce dei suoi stessi compagni d’armi. Un’immagine destinata a entrare per sempre nell’immaginario cristiano e nella iconografia. 

Il racconto va oltre il supplizio. Creduto morto e abbandonato sul luogo dell’esecuzione, Sebastiano fu soccorso e curato da alcuni cristiani. Sopravvisse. E invece di nascondersi o fuggire, compì una scelta che ancora oggi colpisce per il suo coraggio: tornò davanti all’imperatore per proclamare nuovamente la propria fede. Diocleziano, furioso, ordinò allora che fosse flagellato fino alla morte. Fu sepolto nelle catacombe lungo la Via Appia, nel luogo dove oggi sorge la Basilica di San Sebastiano, una delle più importanti testimonianze del culto a lui dedicato.

Il suo nome deriva dal greco sebastòs, “venerabile”, e la Chiesa lo ricorda il 20 gennaio. Le fonti storiche sono frammentarie, ma Sant’Ambrogio lo indica come originario di Milano e successivamente trasferitosi a Roma. Altre testimonianze sono custodite nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e nella Passio Sancti Sebastiani attribuita ad Arnobio il Giovane.

A Racale, però, più delle antiche cronache parlano i segni lasciati dalla devozione popolare.

La Chiesa Madre, dedicata a San Giorgio, conserva ancora oggi una splendida statua lignea del santo risalente ai primi anni del Settecento. Un’opera di raffinata fattura veneziana, impreziosita da frecce d’argento, che continua a essere punto di riferimento per la comunità. Uno degli altari della chiesa è dedicato proprio a San Sebastiano e custodisce una preziosa tela attribuita al pittore Nicola Malinconico.

La presenza del culto del santo a Racale affonda le radici ancora più indietro nel tempo. 

Infatti testimonianze storiche ricordano infatti una chiesa a lui dedicata, costruita dal popolo intorno alla metà del Cinquecento nei pressi delle antiche mura cittadine. Un edificio oggi scomparso, ma ancora vivo nella memoria. È soprattutto una leggenda a raccontare il profondo affetto dei racalini verso il loro patrono. Si narra che, durante una devastante epidemia di peste, la popolazione si rivolse con fervore a San Sebastiano implorandone l’intercessione. Quando il morbo cessò, il popolo attribuì quella liberazione alla protezione del santo.

Da allora la sua figura è rimasta indissolubilmente legata alla difesa dalle epidemie e dalle calamità. Non a caso, ancora oggi, San Sebastiano è considerato il protettore contro le malattie contagiose ed è patrono della Polizia Locale.

Tra storia e leggenda, tra fede e tradizione, la figura di San Sebastiano ispira ancora. 

Tra le luci che si spengono e il silenzio che lentamente torna a posarsi sulle strade, resta qualcosa che non si dissolve con la fine della festa. Resta uno sguardo, una memoria condivisa, un senso di appartenenza che va oltre il tempo e le stagioni.

Le frecce che hanno segnato il suo corpo non sono soltanto il segno del martirio, ma l’immagine di una resistenza che attraversa i secoli. Perché ogni comunità che si stringe attorno al suo santo, ogni voce che ancora lo invoca, ogni bambino che lo guarda con stupore, continua a ripetere la stessa verità: che la speranza, quando è autentica, non si consuma.

E così San Sebastiano non appartiene solo alla storia. Appartiene al passo lento delle processioni, al respiro delle attese, alla luce che resta anche quando il giorno si spegne.

E nel silenzio che segue la festa, continua a parlare.

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