La rubrica I SOPRANNOMINATI MELENDUGNESI
di Luca Santoro
Thomas Hobbes aveva ragione quando scriveva che «l’uomo teme la morte sopra ogni cosa». È vero. Vedeva nella paura della morte la forza motrice dell’umanità. Eppure, esiste una prospettiva ben diversa, più antica e anche più profonda che la ritroviamo nel terzo capitolo del libro del Qohelet. Mi preme riportarle integralmente non per “allungare il mio libro” come qualcuno potrebbe pensare ma per l’autentico conforto che sanno offrire.
«Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via. Un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica? Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi senza però che gli uomini possano trovare ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine. Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurasi felicità durante la loro vita; e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio. Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché lo si tema. Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità. Ho pensato dentro di me: “Il giusto e il malvagio Dio li giudicherà, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione”. Poi, riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna. Chi sa se il soffio vitale dell’uomo sale in alto, mentre quello della bestia scende in basso, nella terra? Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la parte che gli spetta; e chi potrà condurlo a vedere ciò che accadrà dopo di lui?».
5 marzo 2026. È un giovedì come tutti gli altri (o quasi). Mi reco in palestra la mattina e, quando rientro a casa, apprendo che il Sig. Salvatore Montinaro ci ha lasciati. Anzi, solo Salvatore perché era e sarà un amico.
Scrivere per ricordare chi è andato via è un atto di grande coraggio e dolcezza. Avrei preferito scrivere comunque l’origine di questo soprannome come ho fatto per gli altri ma…sono qui solo per ricordarlo.
Il terzo capitolo del Qohelet (o Ecclesiaste) ci offre una delle riflessioni più profonde e senza tempo sulla natura della vita: l’idea che ogni cosa abbia la sua stagione e che il segreto non sia trattenere il vento ma imparare a danzare nel tempo che ci è dato. C’era una scatola di legno scuro sul tavolo della cucina, proprio dove batteva l’ultima luce del pomeriggio. Dentro non c’erano gioielli ma frammenti di un’esistenza: un vecchio orologio fermo, una ricetta scarabocchiata a mano e una fotografia sbiadita dal sole. Guardando quegli oggetti, tornavano in mente le parole che ti avevo letto insieme una sera d’estate al Circolo Cittadino: «C’è un tempo per ogni cosa sotto il sole». Ricordare chi non c’è più è come sfogliare quel libro antico. C’è stato il tempo di piantare e tu lo hai fatto con una pazienza infinita seminando gesti gentili in chiunque ti incontrasse. E c’è stato il tempo di sradicare, quel momento doloroso in cui la vita ha deciso che il tuo ciclo qui era concluso, lasciandoci a fissare un solco vuoto nel terreno. Ma il Qohelet non parla soltanto di fine; ci parla di un equilibrio perfetto anche se duro da accogliere: «C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere». È il «tutto scorre», caro Salvatore. Sì, come diceva Eraclito: “Panta rei” (Πάντα ῥεῖ). Ho dei ricordi di te quando mi chiamasti il 18 febbraio 2024 per chiedermi del coro della Sig.ra Katia Bianco per il matrimonio di tua figlia Sara. Sembra ieri, eppure sono già trascorsi mesi da quel 31 agosto. Oggi le lacrime scendono sui volti dei melendugnesi perché il silenzio della tua assenza è pesante ma quel pianto è solo il riflesso di tutte le risate che abbiamo condiviso. Se non ci fosse stata la gioia non ci sarebbe stato questo vuoto: «Il tempo di abbracciare e il tempo di astenersi».
Ora le mie braccia stringono solo il ricordo ma sento ancora il calore di quell’ultimo saluto. «Quel tempo di astenersi» non è una perdita ma è lo spazio necessario affinché il tuo ricordo metta radici profonde nei nostri cuori cuori.
Il libro ci dice che Dio «ha posto l’eternità nel cuore dell’uomo». Ed è esattamente lì che ti troviamo. Non sei più nel tempo che scorre, negli appuntamenti o negli anni che passano. Sei entrato in quella dimensione dove non esiste più il tempo di distruggere ma solo il tempo di conservare.
Ogni volta che vedo un tramonto o sento il profumo della pioggia sulla terra secca capisco che nulla di ciò che hai fatto è andato perduto. Hai smesso di essere un corpo nel tempo per diventare una parte del ritmo del mondo.
Oggi, mentre chiudo quella scatola di legno, non mi commuovo più perché la tua stagione è finita. Ringrazio, perché quella stagione è esistita e perché, nel grande disegno delle cose, nulla è mai davvero perduto. Il tuo tempo non si è fermato; è diventato parte del mio.
Un abbraccio forte alla moglie Paola e alle figlie Sara e Marianna.
