Il Giornale del Salento

Lu Teta te la Piacentina

 

di Luca Santoro 

È il soprannome della mia famiglia materna: la famiglia Santoro. Mio nonno, il Sig. Vito  Santoro era un falegname conosciuto da tutti “mesciu Vitu Piacentino”, fratello della Sig.ra Rita,  della Sig.ra Teresa e della Sig.ra Gina. Il papà si chiamava Niceta Santoro (detto Teta). Il profumo  del legno. Era questa la fragranza che avvolgeva costantemente la vita di nonno Vito. Non segatura  fine che pizzica il naso, ma l’odore profondo e quasi dolce del rovere, del ciliegio e del noce che  attendevano di prendere forma sotto le sue mani esperte. Vito era un falegname, e il suo laboratorio,  incastonato tra le vecchie case del paese, era un regno di trucioli arricciati come nastri e utensili appesi  con meticolosa precisione. Ma sebbene il suo lavoro fosse rinomato per la sua maestria, si diceva che  i suoi cassetti si chiudessero con un sospiro, il soprannome con cui era conosciuto in paese non  derivava dalla sua arte, ma da un legame ancora più profondo: sua nonna paterna.  

Suo padre, l’amato Teta (in foto), portava il soprannome “Piacentino”, derivatogli dalla  madre: la Sig.ra Piacentina, da cui “lu Teta te la Piacentina” e, per l’appunto, “lu Piacentinu”. Un  nome che, per associazione e affetto, era diventato il suo stesso appellativo. «Ciao, mesciu Vitu  Piacentino!», gridavano gli amici al bar (o meglio alle bocce…dato che il nonno non conosceva i  bar). «Salute a te, Piacentino!», rispondevano i vicini. Vito, però, era molto di più del semplice  “Piacentino”: era “lu figliu te lu Teta te la Piacentina” – il nipote della Piacentina. Questo appellativo,  con la sua cadenza dialettale, era un timbro di identità, un riconoscimento pubblico non solo della sua  persona, ma anche della sua discendenza e del rispetto che la comunità portava a suo padre e, di  conseguenza, a lui. Quando le ultime schegge di legno erano spazzate via, quando gli ordini erano  evasi e la serranda del laboratorio abbassata, Vito si trasformava. Teneva ancora un grembiule, ma  era di un tessuto più leggero, e gli strumenti di lavoro venivano sostituiti da sfere lucide e pesanti: le  bocce. Il campo da bocce, con la sua terra battuta levigata e i bordi di legno sbiadito, era il suo secondo  regno. Qui, le rigide leggi della falegnameria lasciavano spazio al calcolo della traiettoria e al brivido  della competizione amichevole. «Guarda Piacentino, sta per fare il punto!», disse un giorno il suo  amico mesciu Pippi Cianfa. Vito, con i muscoli delle braccia ancora caldi per aver maneggiato la  pialla, si muoveva con una grazia inaspettata. Si piegava lentamente, analizzando la distanza dal  pallino con un occhio che aveva imparato a misurare a vista. Lanciava la boccia con un colpo secco  e preciso. La sfera rotolava, sollevando una nuvola di polvere sottile, e si fermava, quasi baciando il  pallino. Un tiro perfetto. Non c’era bisogno di grandi discorsi. Un sorriso sornione, un cenno della  testa per accettare gli applausi e la soddisfazione di aver dimostrato che la stessa pazienza e precisione  che usava per incastrare un mobile, poteva usarla per battere gli avversari in campo. Nonno Vito “lu  figliu te lu Teta te la Piacentina” non era solo un falegname onorato e un giocatore di bocce abile. Era  la prova che l’identità di un uomo è un intarsio complesso, fatto di lavoro duro, amore paterno  ereditato in un soprannome e una passione, semplice ma sentita, che rendeva ogni tramonto, dopo  una giornata tra i trucioli, una vittoria.

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