di Luca Santoro
È il soprannome della mia famiglia materna: la famiglia Santoro. Mio nonno, il Sig. Vito Santoro era un falegname conosciuto da tutti “mesciu Vitu Piacentino”,
Suo padre, l’amato Teta (in foto), portava il soprannome “Piacentino”, derivatogli dalla madre: la Sig.ra Piacentina, da cui “lu Teta te la Piacentina” e, per l’appunto, “lu Piacentinu”. Un nome che, per associazione e affetto, era diventato il suo stesso appellativo. «Ciao, mesciu Vitu Piacentino!», gridavano gli amici al bar (o meglio alle bocce…dato che il nonno non conosceva i bar). «Salute a te, Piacentino!», rispondevano i vicini. Vito, però, era molto di più del semplice “Piacentino”: era “lu figliu te lu Teta te la Piacentina” – il nipote della Piacentina. Questo appellativo, con la sua cadenza dialettale, era un timbro di identità, un riconoscimento pubblico non solo della sua persona, ma anche della sua discendenza e del rispetto che la comunità portava a suo padre e, di conseguenza, a lui. Quando le ultime schegge di legno erano spazzate via, quando gli ordini erano evasi e la serranda del laboratorio abbassata, Vito si trasformava. Teneva ancora un grembiule, ma era di un tessuto più leggero, e gli strumenti di lavoro venivano sostituiti da sfere lucide e pesanti: le bocce. Il campo da bocce, con la sua terra battuta levigata e i bordi di legno sbiadito, era il suo secondo regno. Qui, le rigide leggi della falegnameria lasciavano spazio al calcolo della traiettoria e al brivido della competizione amichevole. «Guarda Piacentino, sta per fare il punto!», disse un giorno il suo amico mesciu Pippi Cianfa. Vito, con i muscoli delle braccia ancora caldi per aver maneggiato la pialla, si muoveva con una grazia inaspettata. Si piegava lentamente, analizzando la distanza dal pallino con un occhio che aveva imparato a misurare a vista. Lanciava la boccia con un colpo secco e preciso. La sfera rotolava, sollevando una nuvola di polvere sottile, e si fermava, quasi baciando il pallino. Un tiro perfetto. Non c’era bisogno di grandi discorsi. Un sorriso sornione, un cenno della testa per accettare gli applausi e la soddisfazione di aver dimostrato che la stessa pazienza e precisione che usava per incastrare un mobile, poteva usarla per battere gli avversari in campo. Nonno Vito “lu figliu te lu Teta te la Piacentina” non era solo un falegname onorato e un giocatore di bocce abile. Era la prova che l’identità di un uomo è un intarsio complesso, fatto di lavoro duro, amore paterno ereditato in un soprannome e una passione, semplice ma sentita, che rendeva ogni tramonto, dopo una giornata tra i trucioli, una vittoria.