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domenica, Aprile 14, 2024

Il teppismo parlamentare e l’avanzata delle toghe rosse

Da Leggere

Flavio Carlino
Flavio Carlinohttp://ilgiornaledelsalento.it
Avvocato e Dottore Commercialista Pubblicista

Il teppismo (o, peggio, lo sciacallaggio) parlamentare non può conciliarsi con quell’unità nazionale che, oggi più che mai, è necessaria al Paese, invocata dal Presidente della Repubblica Mattarella. Un Parlamentare che se la prende con una Regione non si era mai visto, ma con i Pentastellati tutto è possibile. L’onorevole Ricciardi (5Stelle) rimprovera la Lombardia per non aver saputo gestire l’emergenza e l’accusa di aver provocato più morti.

Ma il governo, come tutti sappiamo, quell’emergenza non ha saputo affrontarla meglio. L’unico provvedimento che è stato in grado di approvare è il lockdown, e anche quello malamente e con poca tempestività, atteso il fatto che Conte, i primi di marzo, sosteneva che si trattasse di una semplice influenza. Quanto al post emergenza, ha saputo fare anche peggio, tra riaperture selvagge e proposte balzane come quella della Ministra Azzolina per la scuola, ad esempio.

E se proprio si vuole toccare il fondo basta soffermarsi sulle riforme, una per tutte, quella della giustizia, in particolare l’intervento sulla prescrizione per il quale c’è da mettersi le mani tra i capelli. Ignoranza allo stato puro. Nessun altro epiteto è immaginabile per questi figuri se non “ignoranti”, nel senso che ignorano completamente come va la vita;  anzi, ignoranti ed incapaci. Niente va bene da quando stanno al governo e si permettono pure interventi tanto infamanti da seppellire il buonsenso. Il M5S è fatto da persone di questo conio, la peggiore delle sinistre, quasi come quelle violente del ’68 e del ‘77.

Qualcuno se la prende con l’apatia di Mattarella al quale viene spesso addebitato un certo torpore istituzionale, ossia il fatto di intervenire poco nella vita politica del Paese. Ma, in tutta onestà, a me pare ovvio che non intervenga. Cosa dovrebbe dire, dal momento che al governo c’è il suo partito e, come tutti sanno, Mattarella non è Napolitano: se quest’ultimo non gli dice cosa fare, lui tace.

Infine, a far politica, si aggiunge la Magistratura, debole con i forti, forte con i deboli. In un contesto storico già di per sé difficile come quello in atto, in cui tutti abbiamo bisogno di certezze e fiducia, ecco fare capolino le correnti politiche della Magistratura. Oddio, non è che non si sapesse. La politicizzazione della Magistratura e la corruzione di parte di essa erano fatti noti, ma nessuno, forse, poteva immaginarne le reali dimensioni. Tutta l’azione oggi rappresentata dal CSM, nella figura di Palamara, è un’azione politica, arbitraria e criminale. In estrema sintesi, e i fatti non smentiscono, i magistrati hanno fatto politica per mettere in atto un colpo di Stato, d’accordo con la sinistra: pensate all’invito a comparire che raggiunse Berlusconi a Napoli, il 22 novembre 1994, in piena Conferenza internazionale sulla criminalità organizzata e annunciato il giorno prima dal Corriere della Sera come un vero e proprio scoop, la cui indagine aveva origini in quella relativa al canale televisivo Telepiù, ad opera della magistratura milanese che vedeva Borrelli in prima fila. L’indebito lo si deduce dalle parole di Palamara: “I Magistrati che non hanno questa tipologia di contatti sono penalizzati”, ha dichiarato il magistrato a Non è l’Arena di Giletti, svelando senza remore, e al di là di ogni ragionevole dubbio, come funziona il meccanismo della corruzione che, invece, dovrebbe combattere.

E se, a proposito di colpi di Stato, si vuole essere ancor più diffidenti, senza perciò voler promuovere alcuna teoria cospirativa, si può anche pensare alle scarcerazioni dei boss mafiosi avvenute negli ultimi mesi. È un caso che dopo anni di lotta alle mafie, caratterizzate da una puntuale ed efficace applicazione del 41bis, a tanti eccellenti nomi della criminalità organizzata vengano concessi i domiciliari? Tante sono le incognite.   

Nessuno si lamenti, poi, se l’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) afferma che in Italia nel periodo 2016-2019 sono stati indagati per corruzione 207 pubblici ufficiali/incaricati di pubblico servizio, dei quali 43 politici sono stati arrestati, o se l’Italia figura tra i Paesi più corrotti d’Europa. Ora cos’ha da dire la Magistratura a sua discolpa? Non è un bell’esempio. Come spiegheremo ai nostri figli che per vincere un concorso bisogna iscriversi alla corrente più forte? È davvero spiacevole.

Così, nel Paese dei balocchi, dove tutto è possibile, corrompere diviene la regola: se non corrompi non lavori. Ecco spiegato l’avanzare delle mafie. Esse hanno tanto denaro da riciclare e la via più semplice è partecipare agli appalti pubblici che si possono ottenere (comprare) attraverso il sistema delle tangenti, quindi attraverso la corruzione; e se per la criminalità organizzata ciò è normale, per chiunque altro non dovrebbe esserlo.

Ma, quando la corruzione incontra il carrierismo non c’è scampo per nessuno. Ora, non c’è da meravigliarsi: il disastro era annunciato. La rapida ed esponenziale crescita della burocrazia in Italia non poteva che sfociare in un aumento smodato degli abusi ad opera della potente “casta” di burocrati e politici che si è andata, man mano, formando. Ma, mentre se ciò accade in un regime totalitario il problema viene risolto immediatamente, più o meno come faceva Lenin durante la rivoluzione bolscevica, quando epurava il partito con continue espulsioni dei corrotti, in uno Stato democratico tutto diventa più difficile, se non impossibile: la burocrazia e la politica corrotte, che dovrebbero inchinarsi al cospetto della Magistratura, vengono, dal comportamento di essa, invogliate a continuare nel loro modus operandi, tanto da far apparire i reati commessi dalla casta, in confronto a quelli commessi dalla Magistratura stessa, quasi delle quisquilie. È normale che sia così. Il ragionamento del cittadino medio è il seguente: se i giudici sono corrotti, perché io non dovrei esserlo? Pensiero scontato ed estraneo ad ogni sana resipiscenza, per tale motivo, ancor più pericoloso. Nel frattempo, non v’è dubbio, le cose vanno sempre peggio.

A questo punto sento di dover fare una riflessione. Una repubblica democratica, di certo, non è minata da un sistema giudiziario caratterizzato dalla certezza della pena, ma lo è, senz’altro, da un apparato burocratico corrotto. Se ciò è vero, com’è vero, la soluzione al problema della corruzione dilagante è solo, ed esclusivamente, l’inasprimento delle pene e la loro certa applicazione. Chi sa che pagherà con il carcere e senza sconti la propria pena, non si farà corrompere con leggerezza. Mi rendo conto di sognare ad occhi aperti, ma ognuno di noi non dovrebbe pensare ad uno Stato giusto come ad una meta utopica. Ogni italiano ha il diritto di sapere che nessuno trama alle sue spalle e affinché ciò si verifichi, chi sbaglia deve pagare, senza riserve, perché questo non rende più fragile un popolo, ma, al contrario, lo fortifica.                    

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