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lunedì, Giugno 24, 2024

Sant’Antonio “te lu focu”

Da Leggere

È un santo amato e festeggiato in tutta Italia, con riti che sono strettamente connessi alla tradizione popolare dei vari luoghi del nostro Paese, che vanno dalla benedizione degli animali all’accensione dei falò.  A Novoli, nel nostro Salento, in suo onore si accende la fòcara, una pira alta 25 metri e con un diametro di 20. È la più grande d’Italia e del Mediterraneo. Attorno alla Fòcara dalla serata della vigilia che accende ‘i giorni di fuoco’ si balla e si canta. Uno ‘spettacolo’ senza simili per ricordare la memoria di sant’Antonio Abate, fortemente presente nella spiritualità della comunità, occasione anche di aggregazione, di condivisione del patrimonio del territorio.

Sant’Antonio abate, uno dei più noti eremiti della storia della Chiesa, nacque a  Coma in Egitto, intorno al 250. Giovanissimo, a vent’anni, abbandonò ogni cosa per vivere dapprima nel deserto e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni. Morì, infatti, ultracentenario nel 356.

Già a suo tempo, la a fama di santità era una forza attrattiva per pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente. Si racconta che anche l’imperatore Costantino si fosse rivolte a lui per dei consigli. La sua vita ci è stata tramandata da Sant’ Anastasio, suo discepolo.

Attraverso il racconto dei suoi discepoli è stata affidata  alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere; nella Lettera 8, Sant’Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”.

 Nel 561 venne ritrovato il suo sepolcro e di conseguenza le  reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo e nei diversi luoghi, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.

Folle di ammalati si recavano in Chiesa a pregare in sosta dinanzi alle reliquie del santo, in particolare chi soffriva di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata per fare il pane. Il morbo noto sin dall’antichità come “ignis sacer” per l’insopportabile bruciore che provocava. Per poter ospitare tutti gli ammalati venne costruito un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli “Antoniani”; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois. Il Papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento.
Il grasso animale  veniva usato per curare l’ergotismo, meglio noto poi come  “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio”, scientificamente herpes zoster.

Per questo motivo  nella credenze popolari,  il maiale cominciò ad essere associato al santo, tanto da essere considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.

Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi il riferimento alle cose e al senso ultimo della vita.

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