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lunedì, Luglio 15, 2024

Femminilità da riscoprire: educare al di là degli ‘schemi’

Da Leggere

Annarita Quarta
Annarita Quarta
Laureata in Scienze Bancarie si dedica alla professione di dottore commercialista e si specializza in gestione delle risorse umane. Consegue una seconda laurea in Scienze Religiose a cui fa seguito l'incarico di direttrice dell'Ufficio pastorale del Lavoro della diocesi di Lecce. Attualmente vive in provincia di Lecce e lavora in tutta Italia come consulente presso enti pubblici e privati. Autrice di saggi, tra cui: "Talento, vocazione e lavoro al servizio del bene comune".

Alcuni giorni fa mi sono ritrovata a parlare con un gruppo di bambine di nove anni a proposito dell’antica cultura contadina del nostro Salento.

A tal proposito, spiegavo, che i figli rappresentavano una risorsa importante per l’economia di un tempo, perché sebbene fossero bocche da sfamare, erano anche braccia per il lavoro nei campi.

Per questa ragione, quando una donna era sterile, spesso, veniva considerata, maledetta!

Nel sentire ciò le bimbe hanno esclamato: “e cosa credono? Che le femmine (notate non le donne) devono solo fare figli e cucinare??? I maschi (non gli uomini) hanno capito proprio male!!!”

Vi confesso che sono rimasta sbigottita perché ho sentito forte, dietro questa affermazione, una sorta di lavaggio del cervello che queste bambine hanno già ricevuto a proposito del ruolo della donna nella società.

Ho sentito allora la necessità di andare a fondo e di comprendere da dove derivasse questa loro convinta affermazione.  Ho chiesto loro quali fossero i loro modelli di riferimento.

Immaginate le risposte?

Se poche hanno parlato delle loro mamme, la stragrande maggioranza ha portato ad esempio famose influencer, youtuber e ticktocker.

Penso che possiate comprendere che mi sono cadute, letteralmente, le braccia!

È possibile che siano queste i modelli di riferimento femminili delle bambine di oggi?

Mi è venuto spontaneo pensare, e per questo sono qui a scrivere, che proprio ieri è stato trasmesso un film liberamente tratto dalla vita di Margherita Huck.

Sinceramente la conoscevo come scienziata perché ha sempre suscitato in me grande interesse, soprattutto per la sua partecipazione ai dibattiti che mettevano a confronto fede e scienza, ma della sua vita conoscevo poco.

È stata una donna che in tempi difficilissimo è riuscita ad emergere nello studio, nello sport, e poi nella ricerca, grazie dapprima al sostegno di genitori illuminati e poi grazie alla sua tenacia, passione e determinazione.

Ma non è stata una donna che ha voluto “scimmiottare” il ruolo maschile, ma che ha conservato la sua femminilità nel senso pieno del termine con scelte convinte e consapevoli.

È stata sposata per 68 anni con un uomo per il quale, pur essendo atea, ha accettato il matrimonio in chiesa, dimostrando che l’amore è soprattutto mediazione, dialogo e rispetto delle idee del proprio compagno anche se diametralmente opposte.

Ha rivendicato il suo diritto di scegliere di non essere madre, perché non si riteneva adeguata a svolgere quel ruolo e non per egoismo, scegliendo di curare i suoi amati gatti, ma, soprattutto, ha saputo tenere testa con intelligenza ai colleghi negli ambienti universitari e della ricerca tanto da conquistare il premio Nobel.

Fatto questo brevissimo riassunto, mi ha sorpreso notare che oggi, sui giornali, sui social si è parlato pochissimo di questo film, al contrario di quanto avviene per alcune fiction, a conferma del fatto che devono passare necessariamente alcuni modelli ben definiti.

Quante volte, nelle scuole o nelle famiglie si parla di una Margherita Huck, una Rita Levi Montalcini, una Madre Teresa o anche più semplicemente di quelle donne, madri di famiglia che con onestà etica e morale ricoprono ruoli altrettanto importanti nella società?

Sempre più spesso sento parlare le bambine e le adolescenti di diritti alla parità ed ancora non sono consapevoli neanche della loro identità.

Non tocchiamo, poi, il tasto delle teorie gender che si stanno insinuando nelle scuole.

Mi rivolgo alle donne.

Non fatevi ingannare da falsi modelli social, dalla mentalità comune che sta facendo perdere la femminilità alla donna.

Essere donna vuol dire essere generativa e non solo dal punto di vista della procreazione, ma soprattutto delle proposte di cambiamento che in ogni ambito possono essere fatte.

Non cerchiamo di imitare gli uomini, non facciamo loro la guerra, piuttosto accogliamo il bello della complementarietà: la donna, per sua natura, ha ricevuto dei doni che le consentirebbero di avere un grande potenziale nella mediazione, nella comprensione, nella costruzione di pace ed armonia.

Non offuschiamoli con i condizionamenti voluti da chi ha convenienza a sconvolgere gli equilibri dell’umanità.

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