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Novoli ospita “Il viaggio dei bambini. Ballata per la Katër I Radës”

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A ventisette anni dal naufragio della nave albanese nel Canale d’Otranto, nel quale morirono oltre cento persone, giovedì 28 marzo il Teatro Comunale di Novoli ospita “Il viaggio dei bambini. Ballata per la Katër I Radës“. La nuova produzione di Factory Compagnia Transadriatica è inserita nella stagione Per un teatro umano del Comune di Novoli organizzata dal Teatro Pubblico Pugliese. Lo spettacolo scritto da Giorgia Salicandro e diretto dal regista Tonio De Nitto vede in scena Sara Bevilacqua e Riccardo Lanzarone, il violoncellista Redi Hasa (autore delle musiche originali). Il viaggio dei bambini è un progetto di teatro civile, concepito come strumento di riflessione, un dialogo aperto sui temi delle migrazioni e dei diritti umani.

Giovedì 28 marzo (ore 20:45 – ingresso 10/8 euro) al Teatro Comunale di Novoli con lo spettacolo “Il viaggio dei bambini. Ballata per la Katër I Radës” prosegue Per un teatro umano. A ventisette anni esatti dalla “tragedia del Venerdì Santo” avvenuta il 28 marzo 1997 nel Canale d’Otranto, lo spettacolo rievoca il naufragio della nave albanese, dopo la collisione con la corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana, nel quale morirono oltre cento persone, soprattutto donne e bambini stipati in coperta. La nuova produzione di Factory Compagnia Transadriatica è un progetto di teatro civile, concepito come strumento di riflessione, un dialogo aperto sui temi delle migrazioni e dei diritti umani. Realizzato con il sostegno del Garante regionale dei Diritti dei minori della Regione Puglia, il patrocinio dell’Ambasciata d’Albania in Italia e in collaborazione del Polo Biblio Museale di Lecce, lo spettacolo scritto da Giorgia Salicandro e diretto dal regista Tonio De Nitto vede in scena Sara Bevilacqua Riccardo Lanzarone, il violoncellista Redi Hasa (autore delle musiche originali) e le voci del coro formato da Daniela BelishovaDiana DociIrma DukaMeli HaiderajDori NgresiLindita NgresiHildebrand NuriLadi “Aldo” Rista e Bledar Torozi. Per un teatro umano è la stagione di teatro, musica e danza del Comune di Novoli organizzata dal Teatro Pubblico Pugliese in collaborazione con Factory Compagnia Transadriatica BlaBlaBla, nell’ambito del progetto Teatri del nord Salento, sostenuto da Ministero della Cultura e Regione Puglia, che coinvolge anche i Comuni di Trepuzzi, Campi Salentina, Guagnano e Leverano.

Nello spettacolo, le storie di due “bambini del 1997” si rincorrono e si intrecciano nelle voci di Elvis e Lindita, partiti dal Sud dell’Albania per mettersi in salvo dall’impazzimento di un Paese in preda alla rivolta e dal rapido precipitare degli eventi. Palazzi pubblici divelti mattone dopo mattone, il crac finanziario, i kalashnicov con cui si spara, la fuga, il viaggio che ricorda quello di Pinocchio nella pancia di una balena. Elvis e Lindita, bambini del ’97 sono tra i protagonisti delle cronache giornalistiche della tragedia della Kater I Rades – le cui tracce reali si intersecano all’opera di invenzione. Divengono qui l’occhio attraverso cui guardare questa storia, simbolo catartico del primo grande naufragio del Mediterraneo con cui non abbiamo ma finito di fare i conti. Lambisce il racconto il mito di Kuçedra, evocato da un coro di uomini e donne albanesi, il mostro acquatico simbolo del caos primordiale, nemico dell’umanità, protagonista di molte leggende albanesi – il quale torna nelle narrazioni di ogni tempo nelle vesti di Drago, Leviatano, essere demoniaco – e del Dragùa, il bambino eletto, nato per combattere e sconfiggere Kuçedra. Attraverso l’incastro tra cronache e leggende, biografie e storie collettive le vicende dei passeggeri della Katër i Radës vengono riportate alla luce e al contempo trascese: gocce nel mare dell’eterno cammino dell’umanità, nella necessità di un approdo sulla terraferma, in salvo dal “mostro”.

Il naufragio della nave albanese Katër i Radës inaugura tristemente l’epoca degli esodi, e delle morti, nel Mediterraneo nella nostra storia recente. Ne segna lo spartiacque e ne  diviene un simbolo. Negli anni, è stato oggetto di diversi lavori di inchiesta e narrazione, i quali ne hanno ampiamente ricostruito e chiarito le dinamiche. Tuttavia, vi è ancora la necessità di approfondire il racconto delle singole vicende che compongono il fatto collettivo, di recuperare il contesto specifico che ha mosso quelle partenze – la rivolta  del 1997 – di dare il giusto riconoscimento e valore all’individualità di ogni storia, che ha «il diritto di essere raccontata». Il 2021, nel trentennale dall’esodo degli albanesi e dal loro primo approdo sulle coste pugliesi, è stato un anno determinante per una rinnovata riflessione sul tema del migrare. Gli albanesi sono stati il primo popolo migrante del contemporaneo ad aver trasformato l’Italia da terra d’emigrazione in meta del “sogno europeo”. La loro integrazione (e “interazione”) riuscita, insieme all’accoglienza genuina dimostrata dai pugliesi, rappresentano un esempio positivo per il presente e il futuro, perché simbolo di un paradigma possibile. E tuttavia, quella degli albanesi incarna tristemente anche la storia comune del Mediterraneo, dei confini serrati dell’Europa e delle morti in mare, con il naufragio della Katër i Radës, la cosiddetta “tragedia del Venerdì Santo” avvenuta nel Canale d’Otranto il 28 marzo 1997 – quando la nave albanese entrò in collisione con la corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana – nella quale morirono oltre cento persone, soprattutto donne e bambini stipati in coperta, di cui furono recuperati 81 corpi, mentre altri non sono mai stati trovati. Il 2023 è l’anno dei naufragi di Cutro in Italia e di Pylos in Grecia, quest’ultimo considerato la tragedia più grande del Mediterraneo, di cui si contano circa 600 morti. Secondo i sopravvissuti c’erano almeno 100 bambini nella stiva assieme alle donne. Altresì, lo spettro della guerra torna ad agitare e a sconvolgere l’Europa, con la guerra russo-ucraina ad Est, così come con la nuova, preoccupante escalation di tensione tra serbi e kosovari nei Balcani. La storia dunque sembra ripetersi. Raccontare è un dovere morale e, auspicabilmente, un dispositivo di salvezza.

«Come scriveva Alessandro Leogrande, la tragedia della Katër i Radës è stata uno spartiacque nella storia recente del Mediterraneo. Dopo di allora, quella storia ha continuato a ripetersi divenendo la triste storia comune del Mediterraneo, dei confini serrati dell’Europa e delle morti in mare», sottolinea Giorgia Salicandro. «Cutro (a una manciata di metri dalle coste calabresi), Pylos in Grecia sono solo alcuni tra gli ultimi, terribili naufragi divenuti simbolo della morte dei bambini. Raccontare, dare voce a queste storie, ognuna con la propria dignità e le proprie ragioni uniche e irripetibili, è un dovere morale di tutti noi, nati per caso sulla sponda sicura del Mediterraneo. E se non è possibile rendere giustizia a ognuna di esse, come dovrebbe essere, possiamo almeno “adottarne” una, prestarle la nostra voce, diventare i suoi custodi. È quello che ho cercato di fare con Elvis e Lindita, bambini sospesi tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere».

«Nel pensare alla messinscena del testo di Giorgia Salicandro ho immaginato che la narrazione del mito della  Kuçedra, il grande serpente acquatico, potesse ricorrere attraverso l’invocazione di un coro composto da uomini e donne albanesi. Come nella tragedia greca, infatti,  il coro ripercorre le origini di un mito per poi svelarne il nesso con i fatti in questione, così avviene con la  Kuçedra e poi con il mare Mediterraneo tutto, evocati e maledetti con il timore e la fermezza di chi chiede giustizia», racconta il regista Tonio De Nitto. «Ho preso in prestito inoltre alcune frasi di Marcel Schwob, dell’invocazione al Mediterraneo che papa Gregorio IX pronuncia dopo il naufragio de “La crociata dei bambini – Il mare e il tramonto”, parole che scritte nel 1896 ci fanno già capire come da sempre questo mare si sia rivelato traditore. Le musiche composte da Redi Hasa non solo accompagnano le vite dei due bambini ma fanno di più, hanno la forza di afferrare noi spettatori per le budella e di scuoterci nel profondo».

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