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venerdì, Giugno 21, 2024

Riti sacri e cultura popolare: il giovedì santo e le sue tradizioni

Da Leggere

Rossella Barletta
Rossella Barletta
Rossella Barletta, esperta di storia locale, da oltre quarant’anni indaga sul patrimonio storico, folklorico, antropologico, artigianale, gastronomico del Salento. Negli ultimi tempi il suo interesse precipuo è rivolto al recupero del lessico dialettale e gergale, prima che cada nell’oblio, coi suoi risvolti umani, sociali e storici. Tantissime le sue pubblicazioni, che possono essere consultate su www.rossellabarletta.it o sul sito edizionigrifo.it.

Il Giovedì Santo conclude la Quaresima e inizia il triduo pasquale con la messa della Cena del Signore che comprende il rito della lavanda dei piedi. Dopo il canto del Gloria della messa di oggi le campane che vengono suonate a distesa, taceranno fino alla notte tra il sabato e la domenica di Pasqua.

La sera del Giovedì Santo si rinnova la visita alle chiese per visitare gli altari della reposizione, comunemente detti “sepolcri”, dialettale li sebburchi, voce riferita a quel particolare apparato degli altari privilegiati o dedicati al SS. Sacramento, costituito da piatti, un tempo da taieddhre, pignatte basse di terracotta, appositamente preparate prima del periodo pasquale, in cui si sono seminati chicchi di grano o lenticchie, tenendoli al buio e innaffiandoli spesso. I chicchi germogliano e, per essere stati al buio, sono di colore bianco ceruleo e molto esili; formano una sorta di cuscino talvolta adornato con nastri e bandierine rosse.

Le taieddhre venivano poste dinanzi all’altare, impropriamente detto sepolcro – nel Giovedì Santo non si commemora ancora la morte di Gesù – insieme ad altri fiori (in passato erano fiori coltivati in casa come le fresie o le tuberose) e a molti lumi, quale segno di devozione verso lu Signore dispostu, esposto (sotto la specie eucaristica del pane). Si tratta di un rito originariamente pagano; è ipotesi comune che questi piatti non siano altro che gli “orti di Adone” offerti dai greci al giovane dio che moriva per rinascere e che, quindi, sia un’immagine propiziatrice del rinnovamento della natura.

Secondo la tradizione bisogna visitare i sepolcri in numero dispari; dalla consuetudine di andare da una chiesa all’altra è scaturita l’espressione dialettale: se sta fasce li sebburchi o le cone, letteralmente sta facendo i sepolcri, rivolta a quella persona che, particolarmente la sera, va per osterie o cantine a bere vino.

Fino a qualche decennio fa, oltre a seguire i riti liturgici della Settimana Santa, si rispettavano precise norme tra chi svolgeva quei lavori manuali, utilizzando arnesi dotati di parti acuminate o taglienti che richiamavano la Passione di Gesù o l’imminente crocifissione: per esempio, il potatore non saliva sulla scala per pulire gli alberi dai rami secchi né usava l’accetta dotata di lama tagliente; il falegname evitava di usare il martello e le tenaglie. Inoltre: il capraio infilava un ciuffo d’erba secca nel batacchio della campana appesa al collo di pecore e capre perché, muovendosi, non potesse tintinnare; il fabbro evitava di servirsi dell’incudine e riprendeva l’attività il Sabato santo per unire il suono delle martellate a quello delle campane ormai slegate; il fornaio sospendeva l’attività perché il pane, per via del lievito che lo fa crescere, è sinonimo di vita, di rinascita; soltanto qualche ora prima della Pasqua avrebbe riavviato il fuoco del forno (al pari delle massaie) col ceppo natalizio, conservato appositamente. E dalle fiamme c’era chi traeva pronostici.

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