Riavvolgendo il filo della rievocazione storica non si rispolverano soltanto date, persone o circostanze del passato, ma si disvelano comportamenti sociali e politici che, talvolta, sono stati completamente riveduti e corretti nel corso del tempo oppure si ripetono immutati.
Allora la replica contribuisce a considerare il passato come una sorta di specchio dove si riflettono vizi e virtù di una comunità che li rimuove o li ripete senza sapere che, così facendo, rinnova un’eredità.
Queste considerazioni, del tutto opinabili, scaturiscono dopo avere conosciuto la vicissitudine della colonna votiva dedicata a sant’Oronzo per avere risparmiato (1656) la città di Lecce – e non soltanto – dalle insidie del morbo colerico.
Nel lontano 1945 – secondo quanto pubblicato il 20 maggio su La Provincia di Lecce e che qui si riporta virgolettato – il sindaco Carlo Personé «riunì una larga rappresentanza di cittadini, per stabilire se fosse il caso, a guerra finita, di provvedere a rialzare la colonna di S. Oronzo».
L’apprezzamento per il coinvolgimento dell’intera cittadinanza, senza distinzione di classe e di censo, fu unanime ed a triplice filo «[…] in quanto la popolazione attribuiva al santo d’aver tenuto lontano dalla nostra città gli orrori della guerra; […] il rivedere innalzata la statua […] corrisponde al sentimento del nostro popolo, che oggi più che mai si sente attaccato al suo protettore» e «[…] il riedificare la colonna del Santo […] risponde anche alla soluzione di un problema estetico cittadino».
Sorsero subito, però, importanti quesiti: bisognava innalzare subito la colonna o rinviare l’operazione a quando la piazza avrebbe assunto il suo aspetto definitivo? E, poi, in quale punto della stessa posizionarla?
Numerosi gli interventi di carattere tecnico come quello dell’ing. Sarno, incaricato di approntare i progetti necessari, che li illustrò eloquentemente. Altri suggerirono di rinviare il citato innalzamento a quando la piazza avesse raggiunto il programmato completamento.
Neppure questa decisione parve convincente perché collegata all’approvazione ed esecuzione di un piano regolatore, definito nell’anzidetto articolo «in mente dei» e così «[…] i buoni leccesi avrebbero visto rinviato il loro desiderio ad un molto futuro domani». Conoscendo il carattere delle procedure amministrative e lavorative che, si sa, si allungano e si ingarbugliano strada facendo, fino a risolversi in tempi biblici, si decise il rinvio benché «significava rinunziare per molti anni a vedere soddisfatto il voto dei cittadini verso il loro Santo protettore».
Contro il rinvio vi fu una fronda che votò per l’innalzamento subitaneo della colonna «[…] specie poi che si stanno eseguendo i lavori della pavimentazione completa della piazza stessa». La collocazione sull’ovale fu scartata perché la sagoma «non è nel mezzo della piazza».
In conclusione: la colonna fu innalzata sul limite nord dell’Anfiteatro [scoperto nel 1938]; avrebbe acquistato in slancio e bellezza, e avrebbe mostrato «quasi aggruppate le Ere diverse della nostra storia e della nostra civiltà».
La colonna, insieme alla nuova Cattedrale (innalzata a partire dal 1659), divenne il segno tangibile di gratitudine da parte della città nei confronti del protettore.
Per accelerare i tempi per rimettere a posto la colonna, già a giugno 1945 i tecnici si erano recati a Soleto per scegliere la pietra che avrebbe costituito la base della colonna e si era dato incarico ad Antonio D’Andrea di restaurare la statua (in rame) del Santo che la portò «esteticamente e preziosamente a nuovo».
