La generazione del “tutto dovuto”: educare tra diritti, limiti e responsabilità

Da Leggere

Flavio Carlino
Flavio Carlinohttp://ilgiornaledelsalento.it
Avvocato e Dottore Commercialista Pubblicista

 

Tra i cambiamenti più significativi che sta attraversando la società contemporanea, vi è senza dubbio l’evoluzione del rapporto tra genitori, figli e figure educative. Insegnanti, educatori, allenatori e tutori segnalano sempre più spesso una crescente difficoltà nel trasmettere valori fondamentali come il rispetto delle regole, il senso della responsabilità, l’impegno personale e l’accettazione delle conseguenze delle proprie azioni.

In molti contesti, sembra essersi diffusa l’idea che ogni desiderio debba essere soddisfatto, a prescindere, e che ogni ostacolo rappresenti un’ingiustizia da eliminare. Il “no”, un tempo considerato fondamentale nel percorso di crescita, oggi viene, sempre più spesso, percepito come un torto. Un voto insufficiente, una nota disciplinare, una bocciatura o, semplicemente, un richiamo, possono trasformarsi in motivo di scontro tra famiglie e istituzioni.

Sempre più spesso, di fronte a un insuccesso o, soltanto, ad una critica, alcuni genitori tendono a individuare le responsabilità all’esterno della famiglia: così l’insegnante è troppo severo, l’allenatore prevenuto, il tutore eccessivamente rigido, l’educatore razzista. In situazioni estreme si arriva persino a minacciare esposti, denunce o azioni legali nei confronti di chi sta semplicemente svolgendo il proprio ruolo educativo. In tal modo, sempre più frequentemente, si crea una pericolosissima confusione tra il diritto (legittimo) di tutela e la pretesa (tutt’altro che legittima) di ottenere la ragione a tutti i costi.

Per comprendere questo fenomeno, basti osservare l’evoluzione dei modelli educativi degli ultimi decenni. Così non si può fare a meno di notare come, per gran parte del secolo scorso, l’educazione fosse fondata su una forte autorità degli adulti: genitori e insegnanti godevano di un rispetto che funzionava quasi come un automatismo e le loro decisioni erano difficilmente contestabili. Quel sistema, per quanto rigido, favoriva disciplina, senso del dovere e rispetto delle gerarchie. Certo, esso presentava anche aspetti criticabili: il dialogo era spesso limitato, i bisogni emotivi dei bambini poco considerati e non mancavano forme di severità eccessiva, talvolta umilianti. Oggi, probabilmente, nessuno rimpiange quel modello nella sua interezza. L’obbedienza, spesso ottenuta attraverso la paura, può produrre conformismo, ma difficilmente genera autonomia e senso critico.

Tuttavia, nel tentativo di superare gli errori del passato, una parte della società sembra aver imboccato la strada opposta. All’autorità incontrastata e senza dialogo si è sostituita, molto spesso, una permissività che fatica a riconoscere il valore educativo del limite. Alcuni adulti, per evitare conflitti o sofferenze ai figli, rinunciano progressivamente alla propria funzione di guida. Il rischio è che bambini e adolescenti crescano nella convinzione che ogni richiesta debba essere soddisfatta a tutti i costi, che ogni difficoltà sia un’ingiustizia e che ogni fallimento dipenda necessariamente dagli altri.

Questa tendenza non riguarda solo il comportamento individuale, ma potrebbe avere conseguenze più ampie sul piano culturale e formativo. Molti osservatori del mondo scolastico e professionale si interrogano, infatti, su un possibile indebolimento delle competenze, legato non alla mancanza di intelligenza delle nuove generazioni, bensì a un diverso approccio all’apprendimento e alla responsabilità. Imparare richiede molta fatica, costanza, capacità di accettare errori e disponibilità a migliorarsi. Nessuna competenza significativa si acquisisce senza disciplina e impegno. Quando l’errore viene sistematicamente giustificato, la valutazione negativa è vissuta come un’offesa personale ed il merito rischia di passare in secondo piano rispetto alla necessità di evitare ogni frustrazione, si indebolisce uno dei principali motori della crescita personale: la volontà di superare i propri limiti.

Se il messaggio, implicito, diventa quello secondo cui il risultato è dovuto indipendentemente dall’impegno profuso, si rischia di formare giovani meno preparati ad affrontare la complessità del mondo adulto. Non perché siano meno capaci delle generazioni precedenti, intendiamoci, ma perché potrebbero essere stati esposti a un numero inferiore di occasioni in cui confrontarsi con la responsabilità, l’insuccesso e la necessità di perseverare.

La vita adulta, infatti, non funziona secondo la logica del desiderio immediato. Il lavoro, le professioni, le istituzioni e la convivenza sociale richiedono capacità di adattamento, spirito di sacrificio, rispetto delle regole e accettazione delle valutazioni. Chi non ha imparato a gestire una critica, un rifiuto o una sconfitta rischia di trovarsi in difficoltà di fronte alle inevitabili sfide della realtà.

Naturalmente, ciò non significa negare i progressi compiuti negli ultimi decenni dai modelli educativi. La tutela dei minori, l’attenzione al benessere psicologico e il riconoscimento dei diritti individuali rappresentano conquiste importanti che non devono essere messe in discussione. Esistono situazioni in cui insegnanti, educatori e istituzioni commettono errori e devono essere chiamati a risponderne. Ma una società matura dovrebbe essere in grado di distinguere tra la difesa dei diritti e la pretesa di sottrarsi a qualsiasi responsabilità.

Gli estremi, come spesso accade, conducono agli stessi risultati negativi. Era sbagliato educare attraverso la paura, l’umiliazione e l’autoritarismo cieco ed è altrettanto sbagliato crescere figli incapaci di accettare limiti, regole e conseguenze delle proprie azioni, in altre parole, è inaccettabile il permissivismo incontrastato. In entrambi i casi si ostacola lo sviluppo di persone equilibrate e consapevoli.

La vera sfida educativa del nostro tempo consiste nel recuperare un equilibrio che sembra essersi smarrito: un modello capace di coniugare dialogo e autorevolezza, ascolto e responsabilità, diritti e doveri. Educare non significa imporre, né compiacere; significa preparare i giovani a vivere in una realtà complessa, dove il rispetto si conquista, gli obiettivi si raggiungono con l’impegno e la libertà non può esistere senza responsabilità.

Solo recuperando il valore del limite, della fatica costruttiva e del merito sarà possibile formare cittadini maturi, competenti e autonomi, in grado di affrontare le difficoltà senza pretendere che sia il mondo ad adattarsi continuamente alle loro aspettative.

Ultime News

Chiesa di Lecce: Corpus Domini diocesano anticipato al 4 giugno

    La Chiesa di Lecce si appresta a ricordare il settantesimo anniversario del Congresso eucaristico nazionale dal tema "L'Eucaristia, sacramento...