Il Giornale del Salento

Melendugno e San Niceta: la fede di un popolo nel segno del martire venuto dal Danubio

 

di Luca Santoro  

 MELENDUGNO – C’è un filo rosso che lega le antiche rive del Danubio, le terre  della Cilicia, le basiliche di Venezia e il cuore del Salento. È la devozione per San Niceta,  «nobile atleta di Cristo» e martire della fede, il cui culto continua a rappresentare un  pilastro identitario e spirituale per la comunità di Melendugno.  

 Le radici storiche della vita del Santo affondano nel IV secolo. Nato tra le fila del  popolo dei Goti nei pressi del fiume Istro (l’odierno Danubio), Niceta si distinse sin dalla  giovinezza per la nobiltà d’animo e la virtù, convertendosi al Cristianesimo sotto la guida  del pio vescovo Teofilo. In un contesto segnato dalle divisioni interne dei Barbari e dai  sanguinosi conflitti tra Fritigerne e il re Atanarico, Niceta scelse di farsi zelante apostolo  del Vangelo. La sua incessante opera di evangelizzazione attirò la furia di Atanarico.  Catturato e condotto dinanzi al sovrano, il giovane guerriero si rifiutò di rinnegare la  propria fede e di piegarsi al culto idolatrico. Sottoposto a duri tormenti, venne infine gettato  tra le fiamme di un rogo. La narrazione agiografica ricorda come il suo corpo rimase  prodigiosamente intatto al fuoco, a testimonianza di una carità interiore più forte delle  fiamme terrene.  

 Delle vicende successive al martirio si narra l’intervento del fedele amico Mariano,  che di notte scovò le sacre spoglie guidato da una luce prodigiosa in forma di stella.  Condotto prima a Mopsuestia – dove il Santo concesse al solo Mariano il dono del pollice  della mano sinistra, negando poi ogni traslazione persino alle intenzioni del vescovo  Auxensio attraverso miracolosi e timorosi presagi -, il corpo trovò infine riposo a Venezia.  

È da qui che si intreccia la storia salentina: nel corso dei secoli la comunità di Melendugno  si è stretta attorno al Santo Protettore, eletto a scudo contro terremoti, pesti e avversità.  Un legame simbolicamente culminato con l’arrivo della reliquia del Santo Braccio dalla  città lagunare.  

 Ancora oggi la comunità rinnova il proprio affetto con la recita della storica Novena  e l’esecuzione degli inni sacri dedicati al patrono. Come ricordava già nel 1982 Mons.  Donato Rizzo, la testimonianza di San Niceta non rappresenta soltanto una memoria  storica, ma una costante chiamata al coraggio e alla coerenza di fede per i giovani, le  famiglie e l’intera cittadinanza.  

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