Il Giornale del Salento

I soprannominati melendugnesi: Papara

La rubrica I SOPRANNOMINATI MELENDUGNESI  

di Luca Santoro 

 Sebbene questo nome fosse associato anche ad altre famiglie del paese  generalmente attribuite alla famiglia Gabrieli, la Sig.ra Annella Rosa amava le storie di suo  nonno: il Sig. Angelo Cretì. Accadeva sempre quando il cielo sopra il paese decideva di  rovesciare secchi d’acqua sulle tegole rosse e sulle strade di pietra. Mentre gli altri  correvano a ripararsi, il nonno sorrideva guardando fuori dalla finestra, i suoi occhi grigi  che diventavano lucidi come il fango fresco.  

«Vedi quelle, Annella?» diceva indicando le buche che si riempivano d’acqua. «Quelle  non sono semplici pozzanghere. Sono specchi magici». Nei primi anni dei Novecento, quando il  nonno era solo un bambino con le ginocchia sempre sbucciate e i pantaloni corti, non  esistevano i videogiochi e nemmeno la televisione. Il divertimento arrivava con le nuvole.  Mentre gli altri bambini cercavano di salvare le scarpe (le uniche che avevano), Angelo  faceva l’esatto contrario. Appena smetteva di piovere lui usciva di casa con decisone. Non  cercava di saltare le pozzanghere; cercava la più profonda, quella più scura e densa, e ci  finiva dentro con entrambi i piedi. «Splash!». Il fango gli arrivava ai polpacci, l’acqua fresca  gli inzuppava le calze e lui rideva. Camminava con un’andatura dondolante, sollevando i  piedi con fatica dal fango che cercava di risucchiargli le suole, emettendo un suono  ritmico: ciap-ciap, ciap-ciap. Fu così che gli amici del quartiere iniziarono a chiamarlo  “papara”: il Sig. Angelo Papara per l’esattezza. «Eccolo che arriva Papara!» gridavano  vedendolo spuntare da dietro l’angolo, tutto sporco e felice. «Perché lo facevi, nonno?»  chiedeva Annella, stringendosi nelle coperte. «Perché il mondo sottosopra è più bello, 

Annella», rispondeva lui. «Se guardi dentro una pozzanghera prima di calpestarla, vedi il cielo,  vedi le nuvole e vedi le facce degli amici. Entrarci dentro significava toccare il cielo con i piedi».  I suoi amici lo prendevano in giro, certo. Lo chiamavano “Papara” perché sembrava  proprio una di quelle oche che scorrazzano libere lungo i canali, incuranti del fango, col  becco all’insù e la gioia nel cuore. Ma segretamente, lo invidiavano. Invidiavano quel  coraggio di sporcarsi, quella libertà di non aver paura del rimprovero della mamma o del  freddo dell’umidità. Angelo non ha mai smesso di essere un papero. Anche da anziano,  con i capelli bianchi e il bastone, quando camminava per strada dopo un temporale,  Annella notava che il suo piede sinistro – solo per un attimo – deviava sempre verso il  bordo dell’acqua, come se volesse sentire ancora una volta quel magico ciap-ciap«Ricordati, Annella», le sussurrava una volta tornati a casa mentre si sfilava le scarpe  un po’ umide all’insaputa della nonna. «Ci sono due tipi di persone al mondo: quelli che  schivano le pozzanghere per non rovinarsi le scarpe e quelli che ci entrano dentro per scoprire  quanto è profondo il cielo. Tu cerca di essere sempre un po’ papara».

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