di Luca Santoro
Era un mercoledì pomeriggio di fine estate. L’aria è tiepida e pregna del profumo di gelsomino che si arrampicava sui muri della piazza. La piazza, il vero cuore pulsante del piccolo paese, era sempre affollata, ma quel giorno l’attenzione era tutta concentrata in un angolo, dove tre giovani uomini si stavano scambiando battute e risate.
Tra loro c’era il Sig. Giovanni Piconese, un giovane costruttore ma con spalle robuste, noto per il suo sorriso franco e la sua tenacia. Di fronte a lui, Tonino e Peppe, i suoi amici di sempre, lo stavano stuzzicando.
«Dici che sei il più forte?» provocò Tonino, allungando una mano a grattarsi il mento. Giovanni strinse le labbra e i suoi occhi chiari che brillavano di un misto di orgoglio e sfida: «Non lo dico, lo sono».
Peppe rise, scuotendo la testa. «Allora dimostracelo con qualcosa di… diverso. Che misuri la vera forza e la vera resistenza».
Fu in quel momento che l’idea, folle eppure irresistibile, prese forma. L’occhio di Giovanni si posò sul selciato lucido che circondava l’intera Piazza Vittorio Emanuele (oggi Piazza Sandro Pertini): un perimetro notevole.
«Va bene», disse Giovanni e la sua voce era improvvisamente più seria. «Una scommessa. Chi riesce a fare il giro completo della piazza, tutto il perimetro… su un piede solo. L’altro tenuto alzato, come una cicogna». Tonino e Peppe si guardarono, le risate si spensero. Era una prova estenuante. La piazza non era piccola, e mantenere l’equilibrio e la spinta su
una gamba sola per una distanza così lunga avrebbe messo a dura prova i muscoli, le ginocchia e la volontà.
«Accetti, Giovanni?» chiese Peppe, con un tono che non era più di scherzo. «Accetto», rispose Giovanni. «E chi ci riesce, è il più forte. Senza discussioni, per sempre». La scommessa fu ufficializzata con una stretta di mano.
Iniziarono. Tonino fu il primo a cedere. Dopo neanche un quarto di giro, la sua gamba libera ricadde a terra con un tonfo, il fiato corto e il viso rosso per lo sforzo. Peppe resistette di più. Arrivò a metà percorso, zoppicando e ansimando, prima che un crampo gli bloccasse il polpaccio, costringendolo ad arrendersi con un gesto di frustrazione. Resta solo Giovanni.
Il sole era sceso un poco, tingendo il cielo di arancione e viola. La gente del paese, richiamata dalle grida iniziali e dalla vista inusuale, si era radunata. Tutti osservavano in silenzio.
Giovanni procedeva con una determinazione quasi feroce. La sua fronte era imperlata di sudore, i muscoli della coscia e del polpaccio della gamba d’appoggio tremavano visibilmente, ma il suo sguardo era fisso sul punto di partenza. Passo dopo passo, il suo “piede con una gamba” lo sosteneva. La fatica era insopportabile, ma a ogni passo Giovanni pensava: «Non posso cedere. Non oggi!».
Quando, ansimando e quasi barcollando, toccò finalmente il punto da cui era partito, un boato eruppe dalla folla. Tonino e Peppe corsero ad abbracciarlo, ma lui era troppo stanco per reggersi e si accasciò a terra, un sorriso trionfante sulle labbra. Da quel giorno, la scommessa divenne una leggenda paesana. E Giovanni, il ragazzo che aveva compiuto l’impresa impossibile del giro della Piazza su una gamba sola, perse il suo semplice nome.
«Guarda, arriva Giovanni Pete cu n’anca!» dicevano gli anziani, rivolgendosi ai bambini.
E così, «Pete cu n’anca» non fu solo un soprannome, ma un titolo. Un’eredità di forza, di resistenza e di caparbietà, che si tramandò, come ogni leggenda vera, fino a te, che sei suo nipote, a ricordarti che a volte le più grandi imprese nascono dalle scommesse più folli.
Il Sig. Giovanni (a sinistra in foto) ricevette un riconoscimento dall’allora sindaco, il Sig. Vittorio Potì (a destra) per il coraggio dimostrato durante il Secondo Conflitto Mondiale quando rimase ferito mentre distribuiva generi di prima necessità ai soldati.


