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lunedì, Febbraio 16, 2026

La colonna di sant’Oronzo: sintesi di sentimento religioso popolare

Da Leggere

Rossella Barletta
Rossella Barletta
Rossella Barletta, esperta di storia locale, da oltre quarant’anni indaga sul patrimonio storico, folklorico, antropologico, artigianale, gastronomico del Salento. Negli ultimi tempi il suo interesse precipuo è rivolto al recupero del lessico dialettale e gergale, prima che cada nell’oblio, coi suoi risvolti umani, sociali e storici. Tantissime le sue pubblicazioni, che possono essere consultate su www.rossellabarletta.it o sul sito edizionigrifo.it.

Riavvolgendo il filo della rievocazione storica non si rispolverano soltanto date, persone o circostanze del passato, ma si disvelano comportamenti sociali e politici che, talvolta, sono stati completamente riveduti e corretti nel corso del tempo oppure si ripetono immutati.

Allora la replica contribuisce a considerare il passato come una sorta di specchio dove si riflettono vizi e virtù di una comunità che li rimuove o li ripete senza sapere che, così facendo, rinnova un’eredità.

Queste considerazioni, del tutto opinabili, scaturiscono dopo avere conosciuto la vicissitudine della colonna votiva dedicata a sant’Oronzo per avere risparmiato (1656) la città di Lecce – e non soltanto – dalle insidie del morbo colerico.
Nel lontano 1945 – secondo quanto pubblicato il 20 maggio su La Provincia di Lecce e che qui si riporta virgolettato – il sindaco Carlo Personé «riunì una larga rappresentanza di cittadini, per stabilire se fosse il caso, a guerra finita, di provvedere a rialzare la colonna di S. Oronzo».
L’apprezzamento per il coinvolgimento dell’intera cittadinanza, senza distinzione di classe e di censo, fu unanime ed a triplice filo «[…] in quanto la popolazione attribuiva al santo d’aver tenuto lontano dalla nostra città gli orrori della guerra; […] il rivedere innalzata la statua […] corrisponde al sentimento del nostro popolo, che oggi più che mai si sente attaccato al suo protettore» e «[…] il riedificare la colonna del Santo […] risponde anche alla soluzione di un problema estetico cittadino».
Sorsero subito, però, importanti quesiti: bisognava innalzare subito la colonna o rinviare l’operazione a quando la piazza avrebbe assunto il suo aspetto definitivo? E, poi, in quale punto della stessa posizionarla?
Numerosi gli interventi di carattere tecnico come quello dell’ing. Sarno, incaricato di approntare i progetti necessari, che li illustrò eloquentemente. Altri suggerirono di rinviare il citato innalzamento a quando la piazza avesse raggiunto il programmato completamento.
Neppure questa decisione parve convincente perché collegata all’approvazione ed esecuzione di un piano regolatore, definito nell’anzidetto articolo «in mente dei» e così «[…] i buoni leccesi avrebbero visto rinviato il loro desiderio ad un molto futuro domani». Conoscendo il carattere delle procedure amministrative e lavorative che, si sa, si allungano e si ingarbugliano strada facendo, fino a risolversi in tempi biblici, si decise il rinvio benché «significava rinunziare per molti anni a vedere soddisfatto il voto dei cittadini verso il loro Santo protettore».
Contro il rinvio vi fu una fronda che votò per l’innalzamento subitaneo della colonna «[…] specie poi che si stanno eseguendo i lavori della pavimentazione completa della piazza stessa». La collocazione sull’ovale fu scartata perché la sagoma «non è nel mezzo della piazza».
In conclusione: la colonna fu innalzata sul limite nord dell’Anfiteatro [scoperto nel 1938]; avrebbe acquistato in slancio e bellezza, e avrebbe mostrato «quasi aggruppate le Ere diverse della nostra storia e della nostra civiltà».
La colonna, insieme alla nuova Cattedrale (innalzata a partire dal 1659), divenne il segno tangibile di gratitudine da parte della città nei confronti del protettore.
Per accelerare i tempi per rimettere a posto la colonna, già a giugno 1945 i tecnici si erano recati a Soleto per scegliere la pietra che avrebbe costituito la base della colonna e si era dato incarico ad Antonio D’Andrea di restaurare la statua (in rame) del Santo che la portò «esteticamente e preziosamente a nuovo».

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